Due libri per Guy Debord …di Nicolas Martino

«Si sono abbastanza interpretate le passioni: si tratta adesso di trovarne altre». Con questa frase che chiude il Rapporto sulla costruzione delle situazioni del 1957 – un «détournement» dell’ultima delle undici Tesi su Feuerbach di Marx – Guy Debord definiva il programma della neonata Internazionale Situazionista (fondata quello stesso anno a Cosio d’Arroscia). A uno degli ultimi «classici» francesi, o meglio allo «stratega della rivoluzione», sono dedicati due lavori di Anselm Jappe: Debord. Pensiero e vita (Mimesis, pp. 218, euro 19) e l’antologia Città alla deriva. La psicogeografia e l’Urbanismo unitario situazionisti (Nautilus, pp. 224, euro 16).
Se il primo volume ricostruisce l’architettura complessiva del pensiero debordiano, il secondo permette di osservarne il laboratorio originario e collettivo: la città come terreno di sperimentazione di nuove passioni e forme di vita.

Il primo è la migliore introduzione italiana al pensiero di Debord. In effetti questo lavoro, lasciando da parte la dimensione «leggendaria» del personaggio, propone una rigorosa ricostruzione concettuale del pensiero e della prassi di Debord che permette di riconoscerlo come l’ultimo grande rappresentante della tradizione rivoluzionaria dell’hegelo-marxismo. Il testo è diviso in tre parti: l’ultima discute criticamente i limiti del pensiero di Debord e quindi la sua attualità; la seconda è dedicata alla «prassi della teoria», dalle origini lettriste dell’IS al rapporto con le arti contemporanee – tanto proficuo quanto contraddittorio – alla critica della vita quotidiana e alle convergenze e divergenze rispetto alla teoria elaborata da Henri Lefebvre, al ’68 come ultima grande rivoluzione moderna, al concetto di spettacolo e ai suoi sviluppi successivi.

La prima, la più densa, è quella che ricostruisce la filiazione del marxismo debordiano riconducendolo alla prospettiva elaborata in Storia e coscienza di classe, il classico del marxismo occidentale pubblicato da György Lukács nel 1923 e tacciato di idealismo dall’Internazionale Comunista.

È a partire da questo grande testo, che mette al centro le questioni della «reificazione» e della «totalità», che Guy Debord costruisce la sua critica a un mondo in cui «un’economia resasi indipendente» da tutto il resto «sottomette a sé la vita umana». In questo senso Jappe spiega molto bene come il celebre concetto di spettacolo non abbia nulla a che fare con una critica riformista dei mass media: lo spettacolo è infatti un «rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini» che nasconde la storicità del mondo, naturalizzandone i rapporti sociali e di potere in un eterno presente nel quale sembra impossibile agire. Basterebbe questo per misurare il debito che tanta teoria politica contemporanea ha contratto nei confronti di una delle teorie critiche più radicali del secolo scorso.

Quella di Debord e dell’IS costituisce, insieme all’Operaismo italiano degli anni Sessanta, una delle eredità teoriche più importanti per una critica che voglia essere analisi materialistica del presente e prassi del suo rovesciamento.
Jappe insiste, giustamente, sul rapporto con le arti e con l’urbanismo – da cui prenderà ispirazione l’architettura radicale degli anni Sessanta e Settanta – sottolineando anche la passione di Debord per il rigore e la perfezione contro la sciatteria dell’industria culturale contemporanea. Un’attitudine che risulta particolarmente interessante ora che la provocazione avanguardista e la rottura dei canoni sono diventate la regola del mainstream.

A proposito di passioni, il secondo lavoro è un’attenta ricostruzione della «psicogeografia» e dell’«urbanismo unitario» elaborati in opposizione al funzionalismo «inumano» di Le Corbusier, impostosi nel secondo dopoguerra. Il volume raccoglie una serie di testi dei principali esponenti dell’Internazionale Lettrista e Situazionista, alcuni dei quali tradotti per la prima volta in italiano.
La città resterà al centro dell’interesse di Debord finché apparirà ancora possibile sottrarla al processo di valorizzazione capitalistica e rovesciarne il senso, facendone il terreno per la costruzione di forme di vita più libere. Quando la dimensione urbana apparirà ormai pienamente sussunta nel capitale, il baricentro dell’intervento situazionista si sposterà dalla sperimentazione urbana alla critica rivoluzionaria della totalità sociale: il rovesciamento del mondo rovesciato dello spettacolo. È davvero difficile, camminando per le strade gentrificate e musealizzate delle nostre città, non sentire quanto questi testi continuino a interrogarci. Oggi ancora più di prima

il manifesto, 21 agosto 2026

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