Scardinare il potere delle piattaforme …di Marco Liberatore*

Cosa ce ne facciamo di questa “sentenza storia”? Certo vedere Meta e Google inchiodate per aver causato dipendenza e non avere implementato misure di sicurezza per l’uso da parte dei minori fa un certo effetto. Ma è una vittoria?

Il punto non è tanto aver riconosciuto che queste piattaforme sono state immaginate per fornire un’esperienza sempre più immersiva e totalizzante, quanto più che debbano in parte ri-progettarle.

Cosa ne uscirà, ossia se la toppa sarà o meno peggiore del buco è presto per dirlo. Forse dovrebbero chiedere consiglio ai nostri di Autistici/inventati che da più di vent’anni offrono servizi alternativi e indipendenti e sono uno dei server più importanti a livello europeo che si batte per la libertà di espressione e i diritti digitali. Invece scopriamo che il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha imposto delle sanzioni al collettivo italiano che ora è accusato di terrorismo per il supporto tecnico che fornisce alle organizzazioni antifasciste e a quelle di sostegno alla Palestina. Anche questo è tecnofascismo.

Come gruppo Ippolita abbiamo cominciato a denunciare le dinamiche di dipendenza delle piattaforme commerciali sin dal 2012 e abbiamo indicato nei sistemi di gamificazione di algoritmi e interfacce uno snodo centrale del problema. Insieme ad Autistici/Inventati a molti altri gruppi e collettivi abbiamo contribuito a disinnescare la narrazione dominante della Silicon Valley sulle nuove tecnologie, creando la cornice teorica necessaria allo sviluppo di riflessioni e tecnologie non-egemoniche

La sentenza del tribunale del New Mexico che condanna Meta a risarcire le vittime con 375 milioni di dollari e quella di Los Angeles del giorno prima, rendono certamente chiara una posizione di monopolio che impedisce qualsiasi forma di alternativa. Se non viene intaccato questo elemento le big tech continueranno a essere nella posizione di imporre tecnologie tossiche a miliardi di persone senza troppo preoccuparti delle conseguenze. Finché non metteremo in discussione il software proprietario e le strutture centralizzate il piano di confronto sarà sempre inclinato a loro favore. I leviatani digitali esistono perché in assenza di leggi antitrust sono stati assemblati software che non rispettano i requisiti minimi di apertura del codice, architettura distribuita, decentralizzata e federata, possibilità di modificare e riprodurre il software, protocolli di comunicazione comuni. Quindi, da una posizione di forza e privilegio, programmi e piattaforme sono di fatto imposti all’utenza meno smaliziata e consapevole. Certo, nessuno ci punta una pistola alla tempia per usare un servizio anziché un altro, ma è proprio questa la forza dei monopoli: indurre una servitù volontaria data dalla percezione di assenza di alternative. Se scriviamo che si tratta di una percezione di assenza è perché le alternative esistono eccome, oramai da molti anni. Ma forse conoscerle e iniziare ad usarle non è così semplice se non si inquadrano le questioni dalla necessaria prospettiva. Come Ippolita proponiamo dei percorsi di riconoscimento del problema da una prospettiva postumana: la macchina è di fatto un quasi-soggetto. Di conseguenza, ci sembra più preciso parlare di co-dipendenza e non di semplice dipendenza. I dispositivi hanno bisogno di noi, senza il nostro coinvolgimento smettono di produrre “senso” e dunque denaro. Nei nostri gruppi di ascolto cerchiamo di andare a fondo rispetto al tipo di relazione che la macchina mette in gioco. I saperi antiproibizionisti e i metodi di riduzione del danno acquisiscono nuova rilevanza, come “scalare” lo si decide assieme, senza giudizi né forzature. Perché si è tutte parte del problema e parte della soluzione.

In questa cornice persone adulte e persone bambine spesso hanno le stesse difficoltà. Per questo quando si lavora con i minori in (s)famiglia non si può dare per scontato che le persone nel ruolo genitoriale siano perfettamente in grado di problematizzare la dipendenza e stare nella dinamica.

Gli ambienti più impegnati socialmente, per esempio, sono esposti a dipendenza e assuefazione in quanto trainati anche dall’attivismo che si svolge sui social. Le persone che gestiscono pagine di associazioni, riviste e collettivi si “autosfruttano” in termini di ore lavoro per produrre contenuti, mappare reti di prossimità, coinvolgere e sensibilizzare le persone. Ciò può portare a un senso di nausea, inettitudine, inutilità di fronte all’abisso della guerra e dei fascismi.

Mentre lottiamo per smantellare i monopoli, come persone comuni e attiviste abbiamo bisogno di elaborare percorsi individuali e collettivi che tengano assieme il benessere e l’impegno politico attraverso la comunicazione. Sostenere ed utilizzare i servizi di Autistici/Inventati è certamente un fatto concreto e necessario. Le alternative ci sono, vanno conosciute e difese al di là di sentenze tanto importanti quanto tardive e poco risolutive

*Collettivo Ippolita

Ippolita, 27 agosto 2026

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