La “governabilità” che non governa o che non dà i risultati promessi/sperati. Così potremmo sintetizzare la situazione dopo 10 anni dal terremoto nel centro Italia. La retorica nazionale è la stessa in ogni epoca: numeri opachi, enfasi linguistica e silenzi prolungati. Dieci anni di governi diversi che hanno garantito, senza programmazione, la ricostruzione privata e ritardano la ricostruzione degli edifici di interesse pubblico. Percorsi già visti ma ora senza proteste
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A dieci anni dalle scosse che sconvolsero l’Appennino centrale, il bilancio della ricostruzione è anche una battaglia sui numeri. Il rapporto del commissario straordinario Guido Castelli, presentato a giugno 2026, racconta di una macchina perfetta, con continui cantieri aperti, migliaia conclusi e una nuova ambizione: trasformare il cratere del sisma in un laboratorio nazionale di rigenerazione e contrasto allo spopolamento.
Ma il terremoto non è finito quando hanno smesso di tremare le case, un decennio dopo le prime scosse, la sua storia continua a essere scritta nei cantieri aperti, nelle abitazioni ancora vuote, nei paesi che hanno perso abitanti, nelle scuole da ricostruire, nelle attività economiche che hanno chiuso e nei miliardi di euro che hanno attraversato questi territori. Dietro ai numeri presentati con clamore dal commissario di Governo e alla promessa di “rilancio sociale” si nasconderebbe una realtà diversa. A studiare i dati si è messo il Centro Studi Ecologie post terremoto, un gruppi di ricercatori e militanti, con un report Decostruire la ricostruzione, che sarà pubblicato in autunno.
Il numero più immediato riguarda la ricostruzione privata, cioè le abitazioni: 36.149 richieste di contributo, 23.361 cantieri autorizzati, 14.968 conclusi e 8.393 in corso, per 12,59 miliardi di euro di contributi concessi. Numeri imponenti, che però non dicono quanti degli immobili ricostruiti siano prime case e quanti seconde abitazioni, quindi quante saranno abitate e quante no. Né dicono quante famiglie vogliano effettivamente tornare.
«I cittadini marchigiani avrebbero bisogno di risposte più precise. La ricostruzione è entrata nella fase clou: basta andare in giro per vedere cantieri ovunque, ma sarebbe da capire quante persone vogliono rientrare, molti si sono spostati sulla costa o in luoghi più serviti. Dei 14mila chiusi solo 5mila sono rientrati», spiega Giuseppe Santarelli, segretario generale Cgil Marche, che ha commissionato lo studio. Mentre altre 8.759 famiglie risultano ancora assistite attraverso Sae o il contributo per il disagio abitativo.
Anche la ricostruzione pubblica presenta ritardi significativi. Dei 3.667 interventi programmati, per 4,85 miliardi, solo una parte è arrivata alla conclusione. Particolarmente delicato è il capitolo delle scuole: 459 interventi programmati per circa 1,6 miliardi, ma soltanto 197 ordini di attivazione.
Poi c’è Next Appennino, con miliardi destinati a imprese, rigenerazione urbana, infrastrutture, ricerca e innovazione. Una vera pioggia di risorse, alla quale si aggiungono fondi Pnrr e della politica di coesione europea, un totale di 21 miliardi nell’area del cratere che interessa quattro regioni. «Sono stati finanziati progetti di ogni tipo che andrebbero verificati: hanno generato lavoro? Mosso l’economia del territorio? Non ci sono dati e la sensazione è che molti di questi investimenti non servano a niente», aggiunge Santarelli, che ne cita alcuni: il Museo della Perdonanza a L’Aquila, il progetto sulla Perdonanza Celestiniana e i Cantieri dell’immaginario che hanno portato al capoluogo dell’Abruzzo quasi 7,5 mln di euro. Così come il «progetto di ibridazione tra Teatro e Tavola per rigenerare il territorio» assegnato al Comune di San Ginesio (Mc) per 3,5 mln di euro o quello assegnato al Comune di Montegiorgio dal titolo: «Montegiorgio, cittaà della dieta mediterranea: verso la costruzione di un polo internazionale del benessere e del lifestyle» per 2,2 mln di euro.
Servirebbero confronti omogenei tra il prima del sisma, gli anni della paralisi e la situazione attuale, distinguendo anche l’occupazione direttamente generata dalla ricostruzione. Ma i dati li ha la struttura commissariale, un modello straordinario sempre più ordinario che concentra risorse, autorizzazioni e decisioni nelle mani di pochi, il commissario da una parte (fresco di onorificenze da regione Marche come «miglior marchigiano dell’anno» e i sindaci dall’altra: «Le amministrazioni e i commissari non coinvolgono i cittadini nelle decisioni. Come sindacato abbiamo partecipato a un solo tavolo sulla sicurezza nei cantieri, niente sulle politiche di occupazione. C’è bisogno di democratizzazione della ricostruzione», dice Santarelli, che aggiunge: «Altro punto di grande interesse è l’auto candidatura esplicita di dell’onorevole Castelli alla gestione del nuovo programma di coesione europeo 2028-2034, proprio per le caratteristiche della struttura commissariale che opera oltre i confini regionali. In sostanza si propone il modello commissariale oltre le fasi di emergenza».
Anche se qualcosa di positivo è stato fatto, come l’introduzione del badge di cantiere, considerato uno strumento importante per tracciare la manodopera e rafforzare legalità e sicurezza, serve che i dati siano resi maggiormente accessibili, sulla scia dell’esperienza degli open data sperimentata dopo il terremoto dell’Aquila. La “ricostruzione sociale” di cui parla Castelli ha poco senso se le case tirate su restano vuote e i miliardi spesi non frutteranno niente, se non ai pochi che hanno colto l’opportunità. Una comunità non si costruisce certo con i cantieri
il manifesto, 23 agosto 2026
