La democrazia dei nominati? …di Francesco Coniglione

[…] L’asino politico non è necessariamente ignorante: può avere titoli, curriculum, prontezza televisiva, abilità “social”. Ma è asino in un senso più profondo: non possiede autonomia, non regge la complessità, non ha memoria storica, non ha rapporto reale con un corpo sociale, non sa rischiare una posizione personale. Ripete parole d’ordine. Scambia la fedeltà per pensiero, la visibilità per autorevolezza, la disciplina verso il capo per responsabilità verso il Paese.

In questa luce, parte dell’astensionismo non può essere liquidato come semplice passività, ma come un riflesso di tale situazione: è forse la percezione, confusa ma razionale, che il voto non serva più a scegliere una classe dirigente, ma a ratificare scelte già compiute altrove. L’elettore comprende che la sua partecipazione rischia di avallare il meccanismo, non di modificarlo: non decide, vidima; non seleziona, convalida. Naturalmente l’astensione contiene anche apatia, rassegnazione, sfiducia, disinformazione. Ma quando diventa fenomeno strutturale segnala qualcosa di più profondo: la rottura del nesso tra voto e potere, tra rappresentanza e selezione, tra cittadino e classe dirigente.

La decadenza, allora, non è il crollo improvviso delle istituzioni. È il loro svuotamento qualitativo. È il giorno in cui i forti vengono considerati scomodi, i buoni ingenui, gli intelligenti infidi, gli autonomi pericolosi, e al loro posto avanzano gli accomodanti, gli adulatori, gli innocui. Ogni epoca ha i suoi imperatori e le sue corti. La nostra ha segreterie, capilista, fedeltà televisive, algoritmi del consenso e piccoli cortigiani convinti di essere statisti.

Il rimedio non può essere la nostalgia. Non torneranno per decreto i partiti di massa del Novecento, le sezioni affollate, le scuole politiche, i congressi ideologici. Ma si può almeno recuperare il principio perduto: una democrazia vive se rende difficile ai mediocri avanzare soltanto perché fedeli; se obbliga chi vuole potere a conquistare consenso reale; se costringe i partiti a non essere proprietà dei loro capi; se restituisce agli elettori una quota effettiva di scelta; se permette ai territori di riconoscersi in qualcuno che non sia soltanto il prodotto di una nomina. La politica non sarà mai il regno dei migliori. Ma può evitare di diventare il rifugio organizzato dei peggiori. Può non essere aristocrazia, ma non deve rassegnarsi all’asinocrazia. Può accettare il conflitto, l’ambizione, persino la durezza della competizione, perché da quella materia imperfetta nasce talvolta una classe dirigente vera. Quello che non può permettersi è la pace morta della cooptazione, il silenzio disciplinato degli incapaci, l’ordine di scuderia scambiato per governabilità.

Le civiltà non muoiono soltanto perché arrivano i barbari. Muoiono quando non sanno più riconoscere i capaci; quando li temono, li espellono, li costringono al ritiro; quando preferiscono chi obbedisce a chi pensa. E allora il barbaro non è più alle porte. È già seduto in Parlamento, perfettamente pettinato, disciplinato, riconoscente, pronto ad alzare la mano al momento giusto

Volere la luna, 14 luglio 2026

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