Punire prima di (senza) capire. La nuova offensiva contro gli adolescenti

Questo non è un paese per i giovani!
A scuola governa la disciplina del voto di condotta e si sceglie l’attenzione allo sbocco professionale invece della formazione culturale ed emotiva, nelle strade sono vietati gli “essenbramenti” e si vietano i Rave party. Ora introducono la punibilità dei minorenni.
Nessuna analisi o voglia di capire i disagi della condizione giovanile, nessuna riflessione sugli strumenti di prevenzione, nessun investimento sui giovani, che restano disoccupati o sotto occupati.
Gli adolescenti non votano ma i loro inetti gienitori sì, e per sicurezza trasferiscono in mano al governo, inadeguato, autoritario e repressivo, il compito punitivo.
Questo è il fallimento di un’intera società

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Antigone, Magistratura Democratica e l’Unione Camere Penali bocciano la proposta di abbassare l’età dell’imputabilità: nessuna emergenza, solo altro populismo penale

Negli ultimi anni la giustizia minorile è diventata uno dei terreni privilegiati del populismo penale. Dopo il decreto Caivano, l’inasprimento delle misure cautelari e il progressivo spostamento dell’asse dalla funzione educativa a quella repressiva, il nuovo fronte è rappresentato dalla proposta di abbassare da 14 a 13 anni l’età dell’imputabilità.

Contro questa ipotesi sono intervenute con argomentazioni convergenti sia Magistratura Democratica sia Antigone, denunciando il rischio di sacrificare i principi fondanti della giustizia minorile italiana sull’altare della propaganda politica. Una discussione che si inserisce nel clima analizzato anche da Vincenzo Scalia nel suo recente articolo per la rubrica di Fuoriluogo, dedicato alla progressiva trasformazione della questione minorile in un problema di ordine pubblico anziché sociale.

Nel documento “Se la propaganda cancella l’adolescenza”, l’esecutivo di Magistratura Democratica osserva come la proposta nasca più dalla ricerca di consenso che da un’analisi della realtà. L’associazione ricorda che il sistema penale minorile italiano, costruito attorno al DPR 448 del 1988, rappresenta un modello riconosciuto anche a livello internazionale proprio perché mette al centro la personalità del minore, la sua evoluzione e la finalità educativa dell’intervento giudiziario. Intervenire sull’età dell’imputabilità significherebbe invece abbandonare questo impianto culturale, anticipando l’ingresso nel circuito penale di bambini ancora più piccoli senza affrontare le cause sociali, familiari ed educative dei comportamenti devianti.

Sulla stessa linea è la presa di posizione di Antigone, che definisce la proposta incompatibile con il principio del superiore interesse del minore. Secondo l’associazione non esiste alcuna emergenza di criminalità minorile tale da giustificare una simile riforma. Al contrario, la risposta dovrebbe essere il rafforzamento dei servizi educativi, della scuola, della presa in carico territoriale e delle misure alternative, non l’espansione del diritto penale.

Antigone richiama anche i dati del suo Ottavo rapporto sulla giustizia minorile, dai quali emerge come le trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni riguardino piuttosto la crescente presenza negli istituti penali di minori stranieri non accompagnati, fenomeno strettamente collegato all’indebolimento delle politiche di accoglienza e inclusione. Una dinamica che mostra quanto le risposte repressive rischino di sostituirsi alle politiche sociali anziché integrarle.

Il punto di convergenza tra le due prese di posizione è netto: abbassare l’età dell’imputabilità non aumenterebbe la sicurezza, ma allargherebbe semplicemente il perimetro dell’intervento penale, coinvolgendo ragazzi sempre più giovani senza incidere sulle condizioni che producono disagio e devianza.

È una logica ormai ricorrente. Prima si costruisce mediaticamente un’emergenza, poi si propone una risposta simbolica, quasi sempre di natura penale. Ma la storia della giustizia minorile italiana racconta l’esatto contrario: il modello introdotto nel 1988 ha rappresentato una delle riforme più avanzate del sistema giudiziario proprio perché ha limitato il ricorso al carcere, valorizzato la messa alla prova e riconosciuto che l’adolescenza non può essere trattata con gli stessi strumenti previsti per gli adulti.

Per Magistratura Democratica e Antigone, modificare oggi quell’equilibrio significherebbe non solo indebolire un patrimonio giuridico costruito in decenni di esperienza, ma anche rinunciare all’idea che la risposta ai reati commessi dai minori debba partire dall’educazione, dalla responsabilizzazione e dall’inclusione, anziché dalla semplice anticipazione della pena

fuoriluogo, 24 luglio 2026

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