La “zona rossa”. Governare con la paura …di Alessandra Algostino

«È questione di democrazia saper rispondere delle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce… Anche il diritto a manifestare è questione di democrazia» (Genoa Social Forum, Appello per le manifestazioni di Genova, 2001).

Venticinque anni dopo della democrazia sociale si è persa traccia, il riscaldamento climatico asfissia e devasta indisturbato il pianeta e la guerra è normalizzata, come presente e come futuro. E il diritto di manifestare è neutralizzato: populismo penale e «amministrativizzazione» della sicurezza concorrono a criminalizzazione il dissenso e a svuotare la democrazia anche nella sua veste minima, liberale. La libertà esiste (solo) come libertà del capitale e del potere, senza democrazia (Peter Thiel docet).

Il G8 non esiste più, ma la fusione tra potere politico, economico, tecnologico, domina il mondo: i big del capitalismo estrattivista, finanziario e digitale, occupano direttamente i luoghi della politica o la gestiscono platealmente al fianco dei rappresentanti politici; una gestione patrimoniale-privatistica, che tracima nella privatizzazione del pubblico, come nell’aziendalizzazione dell’istruzione.
La globalizzazione denunciata a Genova 2001 ha mutato le forme, ma non la voracità predatoria che la anima, che, come un mostro proteiforme, assume le vesti della libera concorrenza, del protezionismo, della guerra, rispondendo ad un’unica legge: quella del più forte.
Sono disvelate le ambiguità e demistificate le selettività del diritto internazionale: di fronte a noi, è nuda la violenza del potere. Il genocidio in Palestina pretende di assuefarci agli orrori, all’impunità e all’indifferenza complice; mentre muri fisici e giuridici classificano, disumanizzano e uccidono le persone che migrano.

La violenza della polizia alla Diaz, le torture di Bolzaneto, l’omicidio di Carlo Giuliani, esondano nella militarizzazione delle piazze, nei trattamenti disumani di carceri sovraffollate e di Cpr senza diritti, nella discriminazione razziale, nella violenza sistemica e strutturale delle diseguaglianze e delle devastazioni ambientali del capitalismo, nella costruzione del nemico, delegittimato, quando non tout court eliminato.

La risposta istituzionale alle diseguaglianze denunciate a Genova, nel frattempo cresciute esponenzialmente, è declinata, nel contesto di una lotta di classe vinta dall’alto, dapprima come espulsione e ghettizzazione del disagio sociale (il daspo urbano); quindi, affinando il discorso neoliberale in chiave meritocratica, presentando la povertà come prodotto della responsabilità, ovvero della colpa, individuale: è il passaggio dallo stato sociale allo stato penale (per tutti, la recrudescenza punitiva delle occupazioni di immobili e delle lotte per la casa); dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza come ordine pubblico.
Il diritto di manifestare evocato da Genova città aperta si rivela nodo centrale di uno spostamento del rapporto fra autorità e libertà, a vantaggio, ça va sans dire, della prima: arriveranno il reato di blocco stradale, la multa come intimidazione istituzionale all’esercizio del diritto di riunione, le restrizioni ad personam e, last but not least, le zone rosse.
La zona rossa concretizza materialmente il disciplinamento e la repressione: quella di Genova 2001 anticipa le direttive Maroni del 2009, Salvini del 2019 e Lamorgese del 2020, le aree sottratte alla protesta in Valsusa, preparando il terreno al generalizzato potere dei prefetti di creare aree della città «a vigilanza rafforzata» e diritti limitati (Decreto legge 23 del 2026). Tornano sulla scena forme di «confino», per territori e persone: provvedimenti a discrezionalità dell’esecutivo (attraverso questore e prefetto), con la dilatazione della pericolosità sociale. La paura diviene terreno e strumento della politica, leva di affidamento al capo.

Genova 2001 è l’emersione, l’emblema e per molti aspetti altresì il preludio di un processo di sterilizzazione della democrazia, già in corso e affinato negli anni successivi, complici la «guerra al terrorismo» e la retorica dell’emergenza, con il consolidamento di uno stato di eccezione permanente che stravolge l’architettura democratica (paradigmatico l’abuso dei decreti legge), verticalizzando il potere e rendendo lo Stato mero funzionario dell’ordine neoliberale, al servizio del disciplinamento sociale e del welfare neoliberale. Il diritto da limite del potere diviene strumento à la carte del potere.

Ma Genova 2001 è anche intelligenza collettiva, critica dell’esistente all’insegna della complessità, azione e resistenza, pluralismo convergente dei movimenti. Prove di autoritarismo e prove di resistenza.
Venticinque anni dopo, non solo un altro mondo è possibile, ma sempre più necessario

Cicatrici, il manifesto, 17 luglio 2026

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