Una proposta di legge di iniziativa popolare per «il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale» è stata depositata in Cassazione e il 15 maggio inizierà la raccolta di firme (si potrà firmare anche online). È il risultato di un lungo percorso che ha unito un gran numero di associazioni impegnate sulla salute, molte delle quali aderiscono al coordinamento “La via maestra”, insieme alla Cgil. Voci, competenze ed energie accomunate dall’obiettivo di riaffermare il diritto alla salute e rilanciare lo strumento che lo rende effettivo: il Servizio sanitario nazionale (Ssn). La proposta di legge indica le azioni da intraprendere per difenderlo, rafforzarlo, finanziarlo adeguatamente portandolo entro il 2030 al 7,5% del Pil, dotarlo di capacità programmatoria e del personale necessario a garantire cura, assistenza e prevenzione a tutta la popolazione. La priorità che viene riconosciuta alla salute – in effetti – è quanto qualifica non solo un assetto sanitario ma un modello di società. È stata questa la convinzione al fondo delle battaglie che negli anni Sessanta e Settanta hanno fatto dell’impegno per la salute una delle trasformazioni più significative del paese. L’introduzione nel 1978 del Ssn fu il risultato di un’originale convergenza di mobilitazioni, nuove esperienze e saperi, intensi conflitti provenienti da tante e diverse soggettività.
Quella spinta è stata contrastata da decenni di scelte politiche che hanno indebolito il Ssn, limitandone la portata e il finanziamento. I processi di privatizzazione hanno favorito imprese sanitarie private, società finanziarie, multinazionali farmaceutiche, così come assicurazioni e fondi sanitari alimentano un “secondo pilastro” privato alternativo alla sanità pubblica. Siamo stati sommersi da narrazioni imbevute dell’ideologia neoliberale che celebrano le virtù del mercato e i modelli manageriali, propagandano la presunta insostenibilità del servizio pubblico, derubricano i diritti a merci. In questi mesi assistiamo ad accordi tra il Governo e le regioni del Nord che reintroducono i presupposti della legge sull’autonomia regionale differenziata che nel 2024 è stata dichiarata in ampia parte incostituzionale dalla Consulta. Come osservò già due anni fa la Corte dei conti, siamo di fronte al passaggio da un Ssn incentrato sulla garanzia costituzionale del diritto alla salute, a tanti diversi sistemi sanitari regionali basati sulle regole del mercato.
Ma tutto questo può essere fermato. La legge di iniziativa popolare, importante strumento di democrazia dal basso, consente di promuovere un nuovo impegno per la salute collettiva, per saldare partecipazione, consapevolezza, informazione, per rivendicare diritti sociali e di libertà, per sostenere una ripubblicizzazione partecipata e qualificata dei servizi sociosanitari. Tra le disposizioni previste ci sono: l’intera destinazione delle risorse aggiuntive al potenziamento dei servizi e dei percorsi di cura direttamente erogati dalle strutture pubbliche, il rafforzamento e la valorizzazione del personale, lo stop alle esternalizzazioni, l’individuazione della copertura finanziaria (nella razionalizzazione della spesa farmaceutica, nella lotta all’evasione fiscale, nella possibilità di tassare i patrimoni).
La vittoria del No all’ultimo referendum ha reso visibile come sia possibile lottare insieme per un progetto e principi comuni; in questo caso riportando al centro dell’iniziativa politica la salute come attività fuori dal mercato, come diritto reso esigibile dal Ssn che deve tornare a essere il riferimento fondamentale per tutte le persone. Non si tratta di un’ennesima riforma, ma di tornare a quel modello in nome del quale sono state fatte battaglie che a loro volta ne hanno configurato le caratteristiche: universalità, equità, globalità, solidarietà, finanziamento tramite la fiscalità progressiva generale, governo pubblico del sistema.
Portare nelle piazze i conflitti contro la privatizzazione della sanità e la proposta di mettere in primo piano la salute collettiva può diventare un’occasione di larghissima mobilitazione in una nuova stagione di partecipazione sociale. Il modello e le risorse ci sono. L’avevamo già intuito ai tempi della pandemia: la salute può e deve tornare a essere una delle priorità di un’agenda politica alternativa al governo Meloni – e alle scelte di molti governi precedenti
il manifesto, 9 maggio 2026
