L’oblio come forma di libertà …di Sergio Della Sala

In condizioni di normalità, dimenticare non è un difetto: è una strategia di efficienza.

Quando perdiamo le chiavi o confondiamo una data, pensiamo che la nostra memoria ci stia tradendo. In realtà stiamo usando un sistema flessibile, che sacrifica l’esattezza all’efficienza. Se ricordassimo tutti i parcheggi degli ultimi mesi, ogni volta che usciamo di casa saremmo sommersi da possibilità contrastanti. È proprio dimenticando quelli vecchi che possiamo trovare l’auto oggi. Non è un errore: è un adattamento. Nel corso dell’evoluzione, questo meccanismo ha privilegiato la sopravvivenza.

I nostri antenati scappavano a ogni fruscio nell’erba, anche quando era solo il vento. Erano errori probabilistici, ma funzionali: quella rara volta in cui si nascondeva un predatore, la prudenza faceva la differenza. Questa logica adattiva non riguarda solo la sopravvivenza fisica, ma anche l’economia mentale. Il cervello non è un computer che calcola freddamente le probabilità. È un organo predittivo che lavora con il significato, non con la precisione assoluta.

Nella letteratura la dimenticanza è spesso associata alla perdita, alla dissoluzione, quasi fosse una piccola morte. Eppure l’oblio non è la fine del pensiero: ne è la condizione. Ricordare e dimenticare non sono forze opposte, ma complementari. Collaborano per rendere la mente libera, selettiva, capace di agire. L’essere umano è stato definito un animale che dimentica. Secondo una tradizione etimologica la parola «uomo» in arabo, Insan, rimanda proprio al termine dimenticare, Nisyan. La memoria funziona per selezione, non per accumulo, stabilisce priorità e l’oblio è la forma di manutenzione cognitiva che trasforma l’esperienza in conoscenza. Senza oblio non potremmo categorizzare, apprendere, decidere. Dimenticare non è l’opposto della memoria: ne è parte integrante. Nella Grecia antica Mnemosine e Lete incarnavano questo dualismo.

Le neuroscienze moderne stanno riabbracciando questa visione duale, e stanno stabilendo un filone di ricercar specificamente dedicato all’oblio. Conosciamo la cosiddetta curva dell’oblio: subito dopo l’apprendimento la perdita è rapidissima, poi rallenta progressivamente. Entro la prima ora può svanire fino a metà di ciò che abbiamo appreso; solo una parte supera quel filtro iniziale e si consolida nel tempo. È falso che utilizziamo solo il 10% del cervello, ma è vero che tratteniamo solo una minima frazione delle informazioni che riceviamo. Quindi si tende a pensare che si dimentichi «col passare del tempo». Ma nel tempo accadono cose: nuovi stimoli, nuove informazioni, nuove esperienze che interferiscono con le precedenti. Oggi sappiamo che l’interferenza è uno dei meccanismi più potenti dell’oblio. Non è solo il tempo a cancellare, ma ciò che lo riempie. Inoltre, ogni nuovo apprendimento modifica la rete dei ricordi già presenti. La memoria non è un grande magazzino da riempire all’infinito. La capacità del cervello di creare nuove connessioni è straordinaria, ma il suo funzionamento non è quello di un archivio statico. Ogni volta che ricordiamo, ricostruiamo. Non riproduciamo il passato come un film, lo rielaboriamo come un racconto plausibile.

Quando prestiamo attenzione, il cervello codifica l’informazione trasformandola in tracce nervose. Non tutto, però, si imprime allo stesso modo: ciò che ci emoziona o si collega a conoscenze già presenti ha più probabilità di restare. I ricordi non vengono archiviati in un unico luogo, ma distribuiti in reti diverse: immagini, suoni, movimenti si attivano come le luci di una costellazione. Richiamare un ricordo significa ricostruire un mosaico che cambia ogni volta. L’oblio interviene proprio per mantenere efficiente questo sistema dinamico. Se ogni informazione restasse accessibile per sempre, le nuove conoscenze faticherebbero a trovare spazio.

Non ricordare il vecchio indirizzo di casa o una password superata evita interferenze con le informazioni attuali. Lo stesso principio vale per i dettagli di oggetti che usiamo ogni giorno, come una moneta, spesso ci sfuggono: non perché la memoria sia difettosa, ma perché quei particolari non sono utili all’azione.

Le metafore con cui descriviamo la memoria – tavoletta di cera, biblioteca, videocamera, computer – riflettono l’epoca in cui viviamo. Ma nessuna spiega davvero il funzionamento della mente. A differenza di un computer, la memoria umana si giova della dimenticanza, è selettiva, contestuale, ricostruttiva. Nell’era digitale l’equilibrio naturale tra ricordare e dimenticare si è incrinato. Le macchine promettono memoria infinita, ma accumulano dati senza selezione. Possiamo leggere papiri di duemila anni fa e non riusciamo ad aprire un floppy disk di vent’anni. La rete trattiene tutto senza criterio, generando rumore e smarrendo significato

il manifesto, 14 aprile 2026

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