Avremmo potuto titolare cronaca del genocidio questo articolo drammatico de il manifesto, perché è ciò che accade, mentre i governi del mondo democratico e non (tanto non c’è più alcuna differenza) tacciono o fanno affari con le armi o stanno con Israele e equiparano antisionismo con antesimitismo e ostacolano o vietano le manifestazioni per la Palestina
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È la madre che guida il corteo funebre, tra i singhiozzi regge le estremità legnose della lettiga su cui è poggiato il corpo senza vita del figlio. Adham Dahman aveva appena 15 anni quando è stato ammazzato dall’esercito israeliano. La bandiera della Palestina che lo avvolge, lo tiene stretto quasi a consolargli l’anima, lascia scoperto solo il volto cinereo.
Adham è il 1.054° palestinese ucciso dall’occupazione dal 7 ottobre 2023 in Cisgiordania. Una media di una vittima al giorno, che fa della West Bank il secondo teatro dell’offensiva israeliana contro il popolo palestinese. All’apparenza dimenticata, rimossa, ma che esplode nella marea di bandiere che di nuovo ieri accompagnavano le piazze No Kings d’Europa.
La Palestina è il fascio di nervi che ha riacceso la mobilitazione, nella consapevolezza di quanto sia laboratorio: di razzismo, colonialismo, suprematismo. La rabbia disperata della madre di Adham risuona oltre i vicoli stretti del campo profughi di Dheisheh. È qui che venerdì suo figlio è stato ucciso, in uno dei raid militari che scandiscono la quotidianità in Cisgiordania.
Nelle stesse ore l’esercito uccideva anche un ventiduenne, Mustafa Hamad, nel quartiere di Gerusalemme di Kafr Aqab, e Sufian Abu Leil, 46 anni, nel campo profughi di Qalandiya, tra Gerusalemme e Ramallah. Luoghi che non sono casuali: da una parte i simboli della Nakba, i campi di tende che si sono fatti case di cemento ma restano spazi temporanei, nell’attesa del ritorno; dall’altra la fascia di terre e comunità che corre a est di Gerusalemme e che nei piani dichiarati di Israele va ripulita della presenza palestinese.
I numeri sono impietosi: secondo la Commissione contro il muro e le colonie dell’Autorità nazionale palestinese, solo nell’ultimo mese si sono registrati 443 attacchi dei coloni che hanno ucciso nove palestinesi, sfollato sei comunità beduine (256 persone) e fondato 14 nuovi insediamenti.
A guidare le violenze e disegnare strategie geografiche e operative, sono loro, le milizie dei coloni, forze paramilitari in simbiosi con le autorità politiche israeliane. Solo nelle ultime 48 ore: i coloni hanno attaccato a mano armata il villaggio di Tayasir, a Tubas, scortati dai soldati che la sera stessa sono tornati per aggredire e arrestare una troupe della Cnn; i soldati hanno invaso Beit Furik, alle porte di Nablus, dove sono stati ripresi in video mentre picchiavano un ragazzino, spingendolo a terra e stringendogli braccia intorno al collo; i militari hanno aggredito il campo di Arroub, vicino Hebron, con lacrimogeni, granate e pallottole, una ha ferito un bambino al piede; i coloni hanno picchiato un altro minore, Suhaib Raed Badawi, a Masafer Yatta. Insieme, milizie ed esercito hanno terrorizzato il villaggio di Yabrud e assaltato Susiya, piccola comunità resistente a sud dove hanno sradicato dieci ulivi.
L’elenco continua, non è nemmeno del giorno peggiore. Violenza e terrore servono a costringere le comunità palestinesi a lasciare le terre, quelle in particolare che rientrano nei piani di annessione immediata, la mezzaluna tra Ramallah e Nablus, la Valle del Giordano, il sud di Hebron, l’est di Gerusalemme. Non è una strategia nuova, è quanto avvenne nel 1948.
E tregua non è concessa a Gaza: l’accordo dell’ottobre scorso è servito solo a «congelare» l’esistente e a intrappolare la popolazione in un eterno presente di privazione. Con i valichi di fatto chiusi e nessuna ricostruzione all’orizzonte, i raid israeliani non cessano: i quasi 700 palestinesi ammazzati dall’inizio della «tregua» portano il bilancio totale accertato (e sottostimato) a oltre 72.200. Ieri un missile ha centrato un veicolo a Khan Younis, uccidendo Ahmed Fayez Abu Reida.
Nelle stesse ore due fratelli, Fahmi e Saed Qaddoum, sono stati uccisi dal fuoco vivo sparato dai soldati a est di Gaza City, nei pressi di quella «linea gialla» che è il confine de facto stabilito da Tel Aviv per svuotare il 54% di Gaza. I due fratelli non la stavano oltrepassando: l’artiglieria ha colpito case nel quartiere di Shujaiyya, lasciando a terra Fahmi e Saed e ferendo altre persone. In un video si vede la figlia di uno dei due uomini piegata sopra il corpo del padre. Gli abbraccia le gambe, lo prega di svegliarsi
il manifesto, 29 marzo 2026
