Centri sociali, democrazia e dissenso come spazio vivo …di Alessandra Algostino

Sempre più insistente è il mantra che accosta centri sociali e violenza, rompiamolo. Scendere in piazza con i centri sociali non è porsi al fianco della violenza ma difendere la democrazia come spazio vivo. I centri sociali esprimono il pluralismo e il dissenso.

Sono elementi coessenziali in una democrazia che non voglia essere mera gestione del potere, sovrastruttura di una economia predatoria, alias risolversi in neoliberismo autoritario, fascio-capitalismo, tecno-oligarchia (per limitarsi ad alcune delle formule che tentano di descrivere l’interregno in cui viviamo). Il conflitto agito dai centri sociali è veicolo di riconoscimento dei margini, dei subalterni, di trasformazione sociale. Aggiungo: nei centri sociali si respira Costituzione vissuta.
È un’affermazione che facilmente urterà i puristi della democrazia appiattita sulle istituzioni come chi rifugge ogni assonanza con lo Stato.

Tuttavia, muoviamo da un assunto: la democrazia, quella della nostra Costituzione, non si riduce alle istituzioni che dovrebbero assicurarla, vive come pluralista, conflittuale e sociale. Ricordo per tutti Lelio Basso sulla necessità di sostituire «ad una democrazia puramente formale una democrazia sostanziale».
Ora, i centri sociali sono espressione dell’«effettiva partecipazione» che la Costituzione indica come obiettivo e strumento.
Lo sono sul piano politico, in quanto propongono e attuano un progetto politico. È una alternativa radicale rispetto all’esistente, conflittuale rispetto allo stato di cose, può inquietare, ma oltre a concretizzare la democrazia come conflitto, rappresenta, in forme nuove, anche oltre la Costituzione, ma dalla stessa parte, quella tensione alla trasformazione, all’emancipazione personale e sociale che attraversa il testo costituzionale (si pensi all’eguaglianza sostanziale, alla redistribuzione delle risorse, alla funzione sociale della proprietà privata, ai limiti, controlli e indirizzi della libertà di iniziativa economica). Se siamo, in altre parole, nella fase di turbolenza dove il nuovo deve nascere, nel contesto di una lotta di classe vinta dall’alto, è dal basso che affiorano proposte nel solco del costituzionalismo emancipante.
Concretizzano partecipazione, gli spazi autogestiti, sul piano sociale, in quanto luoghi di aggregazione, di ricostruzione del legame sociale, di solidarietà (principio costituzionale), di rivendicazione dei diritti, di sperimentazione di cultura, arte e musica libere dalla mercificazione.

Nei centri sociali emerge una alternativa alla città competitiva, alla global city, alla gentrificazione, alla sicurezza come ordine pubblico; un’idea e una pratica diversa di territorio, la città del diritto alla casa, della ricostituzione del senso di comunità, della capacità di evidenziare contraddizioni e affrontarle attraverso un conflitto dal basso, emancipante. Ancora, gli spazi sociali sono stati e sono una componente importante dei movimenti pacifisti e delle mobilitazioni per la Palestina, rivendicando pace e diritti.
Il principio pacifista è scritto sui cartelli in piazza, i diritti sociali sono rivendicati nelle lotte dal basso, l’ambiente è tutelato dagli attivisti: la Costituzione vive come antagonista. E poi, ultimo, ma non per ultimo, la Costituzione nata dalla Resistenza trova nei centri sociali dei presidi attivi di antifascismo.

Non intendo dipingere un quadro forzatamente idilliaco – tensioni e ambiguità esistono – ma sottolineare come gli spazi sociali siano terreno di partecipazione consapevole e di costruzione di un’alternativa resistente. Nel tessuto sociale fioriscono reti, volontà di cogliere, nelle differenze, ciò che unisce (così nell’assemblea degli spazi sociali del 17 gennaio come in quella “No Kings” del 24 e 25).
Una ragione in più per essere al fianco dei centri sociali, per costruire una convergenza ampia e trasversale contro la prepotenza e la violenza del potere, contro la metamorfosi della democrazia in mera maschera dalle fattezze autoritarie (dal premierato alla giustizia del potere), irrigidita nella logica amico/nemico, attraversata da diseguaglianze feroci, contro il governo della paura proiettato verso la guerra, contro segnali di fascismo sempre più inquietanti, dalla necropolitica razzista e suprematista alle liste di prescrizione al diritto penale del nemico e dell’amico al disciplinamento di scuola e università.

L’oppressione è la stessa, nella guerra, nella repressione del dissenso, nell’espulsione sociale, nel patriarcato, nello sfruttamento del lavoro, nella chiusura degli spazi. La resistenza è dalla stessa parte. Torino è partigiana, siamo tutti partigiani.

il manifesto, 31 gennaio 2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *