La crisi nella quale siamo immersi non è una parentesi né una congiuntura sfavorevole: è una crisi di sistema. Economica, ambientale, sociale, politica e simbolica insieme. È la crisi di un modello che ha progressivamente svuotato lo Stato delle sue funzioni fondamentali, lasciandogli in mano, come ultima risorsa, il potere di punire. I cosiddetti “decreti sicurezza” si collocano esattamente dentro questo vuoto: non come risposta al disagio sociale, ma come suo governo repressivo.
Di fronte alla crisi, i poteri pubblici non hanno immaginato soluzioni nuove. Si sono affidati a ricette già note, elevate a dogma: rigore di bilancio, riduzione della spesa sociale, competizione, riarmo. Queste scelte sono state presentate come inevitabili, come l’unica strategia possibile su scala europea e globale. Il risultato è stato lo smantellamento progressivo di ciò che aveva definito lo Stato sociale del Novecento: sanità e istruzione non più diritti universali, ma opportunità selettive, sempre più condizionate dal reddito.
In Italia, la costituzionalizzazione dell’obbligo del pareggio di bilancio rappresenta la fotografia più nitida di questa trasformazione. Non è solo una norma tecnica: è il segno politico della fine di una stagione storica e delle sue conquiste sociali e civili. Da quel momento in poi, lo Stato non è più pienamente libero di essere anche uno Stato sociale. Può amministrare, controllare, reprimere; molto meno redistribuire, proteggere, emancipare.
Quella che stiamo vivendo è, in questo quadro, la più profonda crisi della sovranità dalla nascita dello Stato moderno. La sovranità è l’essenza stessa del potere statuale: significa non avere un potere sovraordinato, decidere in autonomia, autodeterminarsi. È sempre stata legata alla discrezionalità politica, alla scelta dei modelli sociali, alla gestione della pace e della guerra, alla possibilità stessa della democrazia. Mai, dal primo Novecento a oggi, la sovranità degli Stati era stata così erosa.
La globalizzazione neoliberista ha inciso in profondità su questa indipendenza. Ogni decisione che comporti spesa pubblica è ormai vincolata, sorvegliata, condizionata. I margini di manovra dei governi si sono ristretti fino quasi a scomparire. Ed è in questo svuotamento che si produce una torsione decisiva: se lo Stato non può più garantire diritti, redistribuzione e protezione sociale, cerca legittimazione altrove.
Qui entra in gioco il potere punitivo. Quando tutto il resto viene meno, la punizione resta l’ultima frontiera della sovranità. È come se la sovranità statuale, oggi, coincidesse sempre più con la sovranità punitiva. Il potere di punire è ciò che rimane, ciò che può ancora essere esercitato senza mediazioni, ciò che consente allo Stato di affermare la propria esistenza. Non a caso è un potere ambivalente, opaco, profondamente belligero: difende confini, individua nemici, produce obbedienza attraverso la paura.
I decreti sicurezza servono esattamente a questo. Non a risolvere il dissesto sociale, ma a governarlo attraverso la repressione. Non a ridurre le disuguaglianze, ma a criminalizzarne gli effetti. Da metà anni Novanta in poi, governi di diverso colore hanno concentrato l’azione politica sul volto truce mostrato verso chi vive nella marginalità urbana: migranti, poveri, tossicodipendenti, senza casa, “attivisti”, dissenzienti. Soggetti trasformati in “problemi di sicurezza”, in fattori di disturbo dell’ordine pubblico.
Lo Stato, dissanguato e devitalizzato dalle politiche di austerità e dalla subordinazione ai poteri finanziari sovranazionali, ha trovato nel carcere e nella repressione una sorta di ancora di salvezza. Di fronte al fallimento sociale, ha scelto di salvare se stesso punendo. I decreti sicurezza non sono altro che il dispositivo giuridico di questa scelta: ampliano i reati, inaspriscono le pene, restringono gli spazi di agibilità politica e sociale, colpiscono le forme di conflitto e di solidarietà.
In questo scenario, le forze dell’ordine diventano il braccio armato dello Stato punitivo. A esse viene affidato il compito di contenere ciò che la politica non vuole o non sa affrontare. Parallelamente, si costruiscono regimi di impunità per abusi, violenze, torture, in nome dell’emergenza permanente e della difesa dell’ordine. La sicurezza, così intesa, non tutela i cittadini: li divide, li gerarchizza, li mette gli uni contro gli altri.
L’arbitrio punitivo dello Stato – la possibilità di incarcerare, reprimere, escludere – non è la causa, ma l’effetto del disastro sociale prodotto dalla crisi e dalle ideologie che l’hanno accompagnata. I decreti sicurezza non servono a rendere la società più sicura: servono a rendere il conflitto sociale invisibile o penalmente perseguibile.
Sono il linguaggio con cui uno Stato indebolito afferma la propria sovranità residua, trasformando la paura in strumento di governo e il nemico pubblico in fondamento della propria legittimità.
Comune.info, 27 gennaio 2026
