Dopo l’entrata in vigore della legge australiana che vieta l’uso dei social media ai minori di 16 anni il dibattito, che riguarda l’uso stesso dello smartphone in giovane età, è sempre più acceso. Semplificando un po’, da una parte c’è chi contesta i divieti con una eterogeneità di argomentazioni, tra cui le principali sono l’insufficiente evidenza scientifica in merito ai possibili danni e la scarsa efficacia pratica dei divieti. Dall’altra parte c’è chi è convinto che i rischi per i giovani siano tali da ritenere necessario vietare senza aspettare di avere evidenze scientifiche incontrovertibili. Normalmente il primo campo accusa il secondo di essere contro il “progresso”, se non addirittura di “luddismo”, mentre il secondo imputa al primo l’acritica, aprioristica accettazione di qualsivoglia innovazione tecnologica.
Questo dibattito, che ormai dura da vari anni, continua però a essere caratterizzato da un enorme limite strutturale: si continua, infatti, a discutere adottando più o meno consapevolmente l’assunto che i social media debbano per forza essere come sono adesso e non altrimenti. In altre parole, si pensa che i social media o sono così come li conosciamo – ovvero raccolta dati a strascico, algoritmi che creano dipendenza, profitto come unico obiettivo, ecc. – o non sono affatto. E che quindi l’unica scelta possibile sia tra il consentirne o il proibirne l’uso. On/off, pro/contro, 1/0, come i bit dei computer. Peccato che le cose, dal punto di vista tecnico, non stiano in questi termini.
Potremmo, e dovremmo, infatti, parlare non tanto e non solo del “se” usare i social media, ma anche e soprattutto di quali social media vorremmo, ovvero del “come” metterli in campo. I social media, infatti, sono prodotti software, e quindi sono infinitamente più plastici, per esempio, delle sigarette o degli alcolici, per citare due prodotti che sono stati fortemente regolamentati in relazione ai minori. Dovremmo, quindi, ampliare il dibattito ponendoci come obiettivo quello di progettare social media in grado di contribuire allo sviluppo intellettuale, sociale e emotivo di bambini e ragazzi. Naturalmente dovremmo anche porci la questione più ampia della funzione che vorremmo che i social media avessero nella società contemporanea, ma per il momento limitiamoci alla specifica categoria degli utenti in giovane età. Premesso che un progetto di social media specificamente pensati per bambini e ragazzi dovrebbe coinvolgere varie figure professionali, in particolare psicologi e insegnanti, mi sembra che sia possibile indicare sei caratteristiche di fondo a partire dalla quali iniziare a discutere.
Innanzitutto, azzerare la raccolta dati. Sui minori non si raccolgono dati, di nessun tipo, senza eccezioni.
In secondo luogo, zero pubblicità. Anche escludendo i minori, gli utenti dei social sono comunque miliardi, è quindi più che legittimo chiedere alle imprese di sovvenzionare il servizio ai minori con gli ingenti introiti prodotti da tutti gli altri utenti. Lo stesso vale per il divieto di raccogliere dati.
Terzo, limitare in maniera rigida il tempo di utilizzo giornaliero.
Quarto, impedire la pubblicazione di foto di persone da parte dei minori, in modo da ostacolare sia il bullismo, sia l’esibizione di corpi che rischiano di favorire disturbi dell’alimentazione e altri comportamenti problematici.
Quinto, progettare l’algoritmo che genera i “feed” in modo che tenga conto anche dei programmi scolastici, magari coinvolgendo le scuole.
Infine, introdurre regole su quali profili possono seguire i minori, a seconda dell’età di questi ultimi.
Si tratta di punti di partenza per una discussione che dovrebbe avere come obiettivo quello di formulare un primo insieme di richieste da rivolgere – e, se necessario, imporre – alle imprese di social media. Adottate le regole, gli effetti dovrebbero poi essere monitorati con piena disponibilità a cambiare le stesse regole sulla base dei risultati.
Insomma, smettiamo di considerare la tecnologia quasi come un dato di natura: vogliono farcelo credere, ma non lo è affatto. E se c’è un ambito nel quale è doveroso e urgente rendersi conto che un’altra tecnologia è possibile – sempre – è proprio quello che riguarda le future generazioni
il manifesto, 17 dicembre 2025
