La strage degli innocenti ieri e oggi …di Tomaso Montanari

La dolcezza un po’ sfatta del Natale, la retorica dell’infanzia, la Vergine e il Bambino circondati di angioletti paffuti e leziosi. Solo a uno sguardo superficiale questo quadro di Rubens può trasmettere una simile, stereotipata idea. A ben guardare, no: non sono angeli. Non hanno ali, e portano le palme del martirio: e Gesù di fronte al loro arrivare a frotte quasi si ritrae, nascondendosi nell’abbraccio della Madre. Il Signore di tutte le cose è così turbato perché sono gli Innocenti: i neonati uccisi a migliaia da Erode a causa sua. Si avverava così, nel modo più terribile, uno dei gridi profetici dell’Antico Testamento: «Una voce si ode a Rama, / un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli / non vuole essere consolata per i suoi figli,/ perché non sono più».

Non sono più: è l’altro punto di vista su quei bambini che Rubens ormai ci mostra sereni e vivi, senza le mutilazioni, il sangue, il volto stravolto con cui trapassarono dal mondo. Se oggi pensiamo al nostro Natale, e al Natale della terra in cui Gesù nacque – Betlemme, in Cisgiordania; e poi proprio Can, che attraversò fuggendo in Egitto per salvarsi a quella profetica strage di innocenti -, udiamo il grido di Rachele. E Rama oggi è probabilmente Al Ram, 7 chilometri a nord est di Gerusalemme, in territorio palestinese occupato da Israele: e ogni giorno vi echeggia il grido di Rachele.

Quanti sono gli Innocenti di Gaza? Oltre ventimila: ma chissà davvero quanti sono i bambini sterminati nel genocidio che vuole “liberare” quella terra dal suo popolo. Quei bambini, uccisi anche con le nostre armi e con l’appoggio politico del nostro Paese, abitano il nostro Natale: e con loro che ci volano intorno – proprio come gli Innocenti uccisi da Erode volano intorno alla Vergine – non potremo fingere di essere santi e buoni. No, non abbiamo il diritto di sentirci buoni e giusti in questo Natale: almeno questo prezzo, vogliamo pagarlo? Vogliamo confessarci che non siamo dalla parte dei bambini, ma da quella di Erode? E che nella terra di Gesù si continua ad assassinare e a morire, e che noi ci siamo solo voltati dall’altra parte – proprio come il piccolo Gesù spaventato di Rubens, ma senza la sua innocenza L’arte serve a farci umani: dicendoci la verità su noi stessi. Anche la verità che non vogliamo vedere. Quel bambino, una volta diventato grande, lo dirà con parole luminose: «la verità vi farà liberi». Ecco l’augurio più vero di questo terribile Natale in tempo di genocidio.

in “il Venerdì” del 19 dicembre 2025

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