I media si sono focalizzati sulla “parabola politica” di Greta Thunberg. A noi interessa avvertire tutti i pacifisti, antimilitaristi e non violenti, che la corsa agli armamenti dell’Europa (e dell’Italia). il nazionalismo armato diffuso nei media, nelle scuole e nelle Università porta con sé la cultura dello “stato di guerra” e con essa la riduzione della libertà d’opinione, la censura, l’accusa di terrorismo, ecc. Fermiamoli adesso, resistiamo, disertiamo, boicottiamo
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L’arresto lampo a Londra di Greta Thunberg – prelevata durante in sit-in e trattenuta per qualche ora – è stato registrato dai media con la pigrizia tipica del giornalismo di regime (espressione da intendersi, naturalmente, in senso figurato). Eppure, la vicenda nasce da un caso politico, culturale, etico dirompente, che riguarda la deriva illiberale delle democrazie europee e il triste ma anche nocivo tramonto delle socialdemocrazie del continente.
Thunberg è stata arrestata mentre era seduta a terra con un cartello di sostegno agli otto attivisti del gruppo Palestine Action, detenuti da tempo e in sciopero della fame in carcere da cinquanta giorni. Sul cartello era scritto: “Sostengo i detenuti di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”. Palestine Action è un gruppo che pratica l’azione diretta nonviolenta in sostegno alle rivendicazioni del popolo palestinese, ma qualche mese fa, all’inizio di agosto, è stata qualificata come “organizzazione terroristica” dal governo laburista (!) guidato da Keir Starmer. Proprio così: per il governo britannico la nonviolenza, la disobbedienza civile sono assimilabili al terrorismo. Il tutto è avvenuto all’indomani di un’azione condotta da alcuni attivisti in una base della Royal Air Force, con l’imbrattamento di due aerei con vernice rossa.
Scriviamolo con chiarezza: a genocidio in corso, mentre le case, le moschee, gli ospedali, le scuole saltavano in aria nella Striscia di Gaza, mentre l’esercito israeliano uccideva migliaia di palestinesi e rendeva inabitabile il territorio col sostengo politico e diplomatico di Londra e delle altre cancellerie occidentali, il Regno Unito additava come terroristi un pugno di attivisti impegnati a segnalare con un getto di vernice rossa lo scandalo e l’orrore in atto. Ci sarebbe da chiedersi quale degrado di civiltà renda possibili simili eventi. E invece il caso Gran Bretagna, la sua deriva autoritaria e illiberale, non suscita interesse, è registrata con uno sbadiglio.
Gli otto attivisti in sciopero della fame contestano la lunga carcerazione preventiva e rifiutano la qualificazione di Palestine Action come organizzazione terroristica, un fatto che produce, fra gli effetti collaterali, anche una spaventosa compressione del diritto di parola e di dissenso, perché anche il sostegno politico e verbale a Palestine Action diventa passibile di conseguenze giudiziarie.
Dopo cinquanta giorni di digiuno, la salute e la stessa vita degli attivisti sono ormai a rischio e la memoria corre alla tragica fine di Bobby Sands, il militante dell’Ira morto in carcere per fame nel 1981, durante il digiuno di protesta per le condizioni di detenzione: all’epoca fu Margaret Thatcher, la premier della destra, a scegliere la strada dell’intransigenza.
Comune, 26 dicembre 2025
