L’Europa, i sindaci e la sindrome di Stoccolma …di Marco Bersani

La sindrome di Stoccolma, prendendo il nome da un episodio reale avvenuto nella capitale svedese nel 1973, viene definita come stato psicologico attraverso il quale una vittima si identifica col suo aggressore, provando sentimenti positivi verso quest’ultimo.
Una dimostrazione concreta dell’attualità di questa sindrome può essere riscontrata nel prossimo appuntamento “Una piazza per l’Europa”, convocato per il 6 aprile dai sindaci di Bologna e di Firenze, con queste parole: “L’Ue è un progetto di pace, uno spazio di democrazia unico, che parla tante lingue ed è culla di culture diverse, un laboratorio di politiche avanzate (..) come sindaci e sindache viviamo e condividiamo nel quotidiano le sfide della coesione sociale, dell’integrazione, della solidarietà. Proprio per questo è necessario ribadire con forza l’importanza di un’Europa unita, forte e coesa.”.

Che c’è di male, verrebbe da dire, se non fosse che la realtà dell’Unione europea parla da oltre tre decenni un’altra lingua e i sindaci di due grandi città italiane non possono fingere di non saperlo.
Che l’Unione europea non corrisponda ai desiderata di Matteo Lepore e Sara Funari lo si evince dalle devastazioni che le politiche finanziarie decise nel 1992 a Maastricht hanno portato alla funzione pubblica e sociale dei comuni e delle città.

Giova ricordare ai sindaci obnubilati come il patto di stabilità abbia fatto strame dell’occupazione nel settore dell’amministrazione pubblica riducendone al lumicino il personale, abbia drasticamente ridotto i finanziamenti statali agli enti locali, abbia spinto alla privatizzazione dei servizi pubblici, alla vendita del patrimonio pubblico, alla messa sul mercato dell’intero territorio in favore della rendita immobiliare e della speculazione finanziaria sottese alle grandi opere o ai grandi eventi.
Un’estrazione di ricchezza collettiva mascherata dalla necessità di far fronte al debito pubblico, quando ormai tutti sanno –compresi i sindaci di Bologna e Firenze- che la quota parte di questo debito attribuibile ai Comuni non supera l’1,4%.
Un processo che continua nel presente, dato che, sommando i costi dei provvedimenti vecchi e nuovi in essere, nel 2025 i Comuni avranno 430 ml in meno, cifra che salirà a -460 ml per il triennio 2026-2028 per attestarsi a -440 ml nel 2029.

Se questa è stata sinora la situazione “ordinaria”, proviamo a immaginare quale diventerà dopo la svolta bellica dell’Unione europea, che intende mettere in campo 800 miliardi per il riarmo e per gli investimenti nella Difesa. Soldi peraltro spendibili senza tener conto di alcun patto di stabilità -che continua a valere per sanità, istruzione, spesa sociale- e che andranno ricercati sui mercati finanziari, facendo ulteriormente esplodere il debito pubblico e le conseguenti politiche di austerità, con ricadute che provocheranno il definitivo collasso dei Comuni.

Sono queste politiche ad aver frantumato la coesione sociale, l’integrazione, la solidarietà che i sindaci inseriscono nell’appello che chiama alla piazza. E ad aver trasformato la loro funzione da amministratori dei beni comuni in facilitatori della penetrazione degli interessi finanziari dentro le città e i territori, relegandoli al ruolo di novelli sceriffi, tutti decoro, sicurezza e distintivo.

Serve sicuramente una piazza, ma per rivendicare con determinazione i diritti delle comunità territoriali a una vita degna, risorse adeguate per raggiungere il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere, e una riappropriazione sociale dei 300 miliardi di risparmio postale detenuti da Cassa Depositi e Prestiti.
Altrimenti, sarà una piazza della quale resteranno solo i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente

Marco Bersani, il manifesto, 5 aprile 2025

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