2 aprile: un giorno per fingere di interessarsi di autismo e disabilità

In tema di disabilità di parla continuamente di “cambiamento”, quasi fosse un mantra. Politici e istituzioni ne abusano senza imbarazzo, pur essendo gli stessi che hanno contribuito a rendere stagnante il sistema. Non stupisce, quindi, che un ministro della disabilità – o chi parla per lui – usi questa parola per un settore che da sempre riceve briciole di investimenti. Ci siamo abituati alle promesse vuote della politica, ma c’è ancora spazio per lo stupore. Durante un recente convegno, il presidente di un’importante organizzazione, che di disabilità sostiene di occuparsi a tutto tondo, intervenendo da remoto, ha espresso rammarico per non poter stringere la mano del ministro Locatelli. Parole che mi hanno lasciato perplesso, soprattutto considerando che, da genitore di un figlio autistico adulto lasciato solo dallo Stato, non vedo alcun motivo per tanto entusiasmo. Viviamo in due realtà opposte: da un lato chi si accontenta di dichiarazioni di principio, dall’altro chi ogni giorno lotta contro un sistema che ignora i bisogni reali.

Mi chiedo quale sia la logica di certi elogi. Il rispetto andrebbe riconosciuto a chi dimostra con i fatti di voler migliorare le cose, non a chi si limita a parole di circostanza. Eppure, fatico a trovare un solo esempio concreto di azioni positive da parte di questo Governo, che ha preferito tagliare fondi alla scuola, alla sanità e al welfare, investendo invece nel riarmo. Avrei voluto chiedere alla signora Locatelli cosa intenda davvero per “cambiamento”, ma il dibattito era blindato, riservato solo a chi applaude.

Se queste sono le premesse, chi tutela i diritti delle persone con disabilità? La domanda diventa ancora più urgente con l’avvicinarsi del 2 aprile, quando scatterà la consueta passerella di eventi e dichiarazioni altisonanti. Un giorno all’anno per parlare di autismo, mentre per i restanti 364 si fa poco o nulla per cambiare la realtà. Non bastano documenti destinati al cestino, tavoli di lavoro in cui la politica detta le regole o convegni autoreferenziali. Serve una vera presa di posizione: chi si batte per un cambiamento reale deve pretendere impegni concreti, tempi certi e il rispetto di diritti già sanciti, senza doverli elemosinare. Chi non ha il coraggio di farlo, dovrebbe almeno avere la dignità di farsi da parte.

Alle critiche legittime non si risponde con slogan vuoti o ironie sterili. Servono argomentazioni serie e un confronto aperto. Se chi governa ha davvero una visione chiara e soluzioni concrete, che le esponga. Perché la realtà, quella vera, è ben diversa dalle parole di circostanza: le famiglie devono combattere ogni giorno contro un sistema che invece di garantire i diritti, liostacola. Manca una visione lungimirante: investire oggi sull’autonomia di un bambino autistico significa garantirgli un futuro di indipendenza, anziché condannarlo alla dipendenza dai sussidi. Invece, ci ritroviamo con leggi che esistono solo sulla carta e vengono sistematicamente disattese.

Chi ne paga il prezzo? Sempre le famiglie, sempre più sole: la legge 112 sul “Dopo di Noi” è inapplicata, lasciando i genitori in balia di fondazioni private che chiedono sacrifici economici enormi; la legge 68 sull’inserimento lavorativo viene ignorata, e si spaccia per lavoro ciò che è puro sfruttamento, con le famiglie costrette persino a pagare per far frequentare ai figli laboratori mal retribuiti; la legge 328, che dovrebbe garantire un progetto di vita personalizzato, è diventata un business per “esperti” che chiedono migliaia di euro solo per redigere documenti senza alcuna garanzia di approvazione. Bisogna dirlo chiaramente: la disabilità è diventata un affare per chi specula sulle difficoltà altrui. Ma la dignità umana non può dipendere dalla disponibilità economica di una famiglia. Non possono esistere servizi di serieA e di serieB, vite di serieA e di serieB.

Il 2 aprile, come sempre, assisteremo alla solita parata di ipocrisie: politici in cerca di consensi, associazioni a caccia di visibilità, esperti che denunciano le mancanze del sistema pubblico, dimenticando di dire quanto costino le loro consulenze private. È uno spettacolo indegno. Per questo, le famiglie dovrebbero disertare queste celebrazioni vuote. Serve un vero momento di lotta e mobilitazione, non una vetrina di retorica e autocelebrazione. Illuminare monumenti e lanciare palloncini blu non cambia nulla.

E infine, una riflessione: siamo sicuri che suddividere la disabilità in tanti piccoli settori sia la strategia giusta? Forse, invece di dividerci in mille battaglie separate, dovremmo unirci per una lotta comune. Perché l’obiettivo finale non è altro che uno: garantire ai nostri figli il diritto di vivere una vita dignitosa e felice. E questa è una battaglia che non possiamo permetterci di perdere.

Gianfranco Vitale, Volere la luna, 31 marzo 2025

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