Viviamo in pianure alluvionali, dobbiamo arretrare …di Enzo Pranzini

Riportiamo qui un articolo di Enzo Pranzini, apparso su il manifesto, che al di là di quella che comunemente viene chiamata “emergenza climatica” ci invita a comprendere la natura del territorio sul quale abbiamo costruito le nostre città; a riflettere sul consumo di territorio, sulla gestione degli insediamenti e dello spazio abitativo. Forse “dobbiamo arretrare” non solo gli insediamenti abitativi, ma anche arretrare rispetto alla visione antropocentrica della nostra cultura.

Non arrabbiatevi! Avere i lavori stradali davanti alla vostra casa in realtà costituisce un’occasione unica per capire cosa ci aspetta nei prossimi anni, se non nei prossimi giorni; e non lasciamo soli i pensionati a guardare quella trincea. Perché in quegli scavi c’è la storia del nostro territorio e la sfera di vetro del suo futuro.
Possiamo vedere strati di argilla con intercalazioni sabbiose e ciottoli che formano delle utili lenti che si ripetono in punti diversi e a diverse profondità. Ma chi ce li ha portati quei grossi sassi proprio davanti al mio portone? E quando?

Quasi tutte le nostre città e i nostri paesi sono posti in aree pianeggiati e la natura ha due soli modi per creare queste superfici: spianando i rilievi o riempendo le aree più basse con materiali trasportati dall’acqua, e che l’acqua stessa riesce a livellare.
Il primo sistema richiede decine di milioni di anni, e non può aver funzionato nel nostro paese geologicamente molto giovane; il riempimento delle depressioni è invece estremamente rapido e ci ha regalato enormi superfici su cui costruire case, fabbriche, strade e ferrovie.
Non pensiamo solo alle estese pianure, con la maggiore concentrazione di popolazione, ma anche agli stretti fondovalle alpini, dove gli abitanti curiosi possono osservare gli stessi materiali, magari con massi assai più grandi.

Il fatto che si chiamino ‘pianure alluvionali’ dovrebbe creare un certo allarme, ma ci accorgiamo di cosa significhi questo termine solo quando un fiume esce dai propri argini e riprende il lavoro interrotto, secoli addietro o qualche decennio fa.
Aver costruito le città in prossimità dei fiumi aveva indubbiamente molti vantaggi, per esempio far correre le strade e le ferrovie in pianura. Oltre che meno costoso, derivava dalla necessità di collegare centri nati e sviluppati in quelle aree. E dove, se non su dei suoli ‘alluvionali’, avremmo dovuto sviluppare la nostra agricoltura?
È evidente che siamo stati costretti ad occupare aree ad alto rischio di inondazione ed è impossibile oggi abbandonarle, ma la delocalizzazione di alcune case costruite negli alvei fluviali avrebbe costi infinitamente minori di quelli che ci troviamo a pagare dopo ogni pioggia un po’ più intensa.

Con il passare del tempo, gli eventi meteorologici che definiamo ‘estremi’ sono diventati sempre più normali e dobbiamo imparare a convivere con un ambiente geomorfologico in rapida evoluzione. Ogni pretesa di tenere una posizione stabile amplificherà le velocità di trasformazione delle altre parti del territorio. In Olanda si stanno abbandonando delle aree agricole per lasciarle allagare e salvare così le città.

L’adattamento al cambiamento climatico, ma chiamiamolo riscaldamento globale, richiede scelte per le quali l’analisi costi/benefici deve estendersi alle generazioni future. L’arretramento strategico, che per un terzo delle coste del mondo è stato valutato essere la strategia migliore per rispondere all’innalzamento del livello del mare, deve trovare una sua coniugazione per le aree più interne, dove abbiamo costruito con l’illusione che fosse possibile imbalsamare il territorio, e dove i processi geomorfologici sono più intensi e veloci. Questo richiede una grande maturità delle popolazioni coinvolte, per garantire una loro partecipazione attiva nelle decisioni, che non saranno certamente facili.

I tempi nei quali queste scelte si potranno dimostrare vincenti sono assai più lunghi di quelli di una legislatura, e solo cittadini consapevoli consentiranno alla politica, se questa ne avrà la capacità, d’intraprendere questo percorso.

il manifesto, 18/9/2022

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