Per cosa votiamo – 5 :: Reddito di base…

lavori&precarietà,Senza categoria,uscire dalla politica 22 febbraio 2018 | 0 Comments

Oggi la crisi della politica è la crisi della democrazia rappresentativa.

Appare sempre più difficile, se non impossibile, svolgere una funzione istituzionale (anche per mancanza di forze) capace di contrastare i poteri forti globali degli organismi internazionali quali Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, delle multinazionali e dei grandi gruppi finanziari che insieme determinano le politiche economiche nazionali, svuotando di contenuti qualsiasi pretesa “governabilità” possibile.
L’inconsistenza delle proposte di politica economica di medio lungo termine dei contendenti e la scarsa qualità del personale politico in gara fanno il resto, cioè rendono irrilevante qualsiasi partecipazione alla corsa elettorale!
Ma i movimenti e la comunità della sinistra radicale hanno il dovere di svolgere la critica dell’esistente e mettere in moto processi di “disturbo” ed esperienze alternative al corso delle politiche attuali.
E vorremmo fare nostre le parole di Guido Viale: “Non si deve scrivere l’elenco delle cose che faremmo «se fossimo al governo». Perché al governo non ci andremo. Per ora. Il nostro compito è avvalorare e diffondere la prospettiva di una inversione radicale delle priorità, sostenerla, renderla concreta con gli esempi, individuare e affrontare gli ostacoli che si parano di fronte. Un programma di opposizione deve indicare la strada per arrivare: non al governo, ma a governarci.”

Per facilitare questa scelta abbiamo inaugurato sul blog de La città di sotto, www.lacittadisotto.org, un percorso, che chiamiamo “Per cosa votiamo” permetta di raccogliere strumenti critici capaci di diventare rivendicazioni per movimenti e comunità in lotta!

Il reddito di base è il welfare del nuovo secolo

Piero Bevilacqua

In una parte della sinistra le obiezioni contro il reddito esprimono una riserva moralistica che non tiene conto di quello che è oggi il capitalismo. Tra produzione e consumi l’economia globalizzata usa una massa crescente di lavoro gratuito che non produce direttamente beni ma ha un enorme valore aggregato

È molto utile prendere in considerazione le obiezioni contro l’eventuale adozione, anche in Italia, di un reddito di dignità: termine generico per alludere a una notevole varietà di soluzioni possibili.

La più seria e fondata di queste è che, data la scarsità di risorse pubbliche, sarebbe più utile avviare un vasto programma di opere pubbliche in grado di creare posti di lavoro, piuttosto che impiegarle nella elargizione di un modesto reddito. È l’unica da prendere seriamente in considerazione insieme all’altra, per la verità oggi neppure accennata, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro.
Per «lavorare meno, lavorare tutti»: il fortunato slogan italiano in linea con la storia del lavoro nelle società industriali. La prospettiva comunque ineludibile del prossimo futuro.
Ma un vasto piano di opere infrastrutturali, certamente auspicabile, oggi non è minimamente alle viste, necessiterebbe di una pubblica amministrazione efficiente, di una visione progettuale e di una conoscenza profonda dei nostri habitat che francamente non si vede.
A meno che per opere infrastrutturali non si indichi la costruzione di strade, dove siamo imbattibili campioni… nella distruzione dei territori. D’altra parte, un tale piano non sarebbe sufficiente per assorbire la nostra disoccupazione, soprattutto quella intellettuale, costituirebbe un intervento congiunturale, mentre il reddito di dignità è una riforma strutturale del welfare.
Un’altra obiezione è quella dominante: bisogna proseguire nella crescita economica. Sono gli investimenti che determinano lavori stabili e non passiva e inerte assistenza.
Ora, quanto stabili siano i nuovi lavori da investimenti privati, l‘Italia lo mostra nella maniera più esemplare con l’esplosione dei lavori a termine.
Ma la domanda da porsi è se il capitalismo è davvero in grado di generare posti di lavoro dignitosi e di garantire una relativo livello di piena occupazione nei prossimi anni.
Ora, nulla fa presagire un tale ottimistico scenario . Mai il capitalismo aveva goduto di tanta liquidità a buon mercato, mai usufruito di tanta abbondante e sottomessa forza lavoro. Eppure gli investimenti sono limitati, la piena occupazione è lontana: anche negli Usa, dove la ripresa economica continua a generare lavori precari e mal pagati.
Tale tendenza, che alcuni economisti definiscono «stagnazione secolare», ci pone alcuni interrogativi.
Quanto la debolezza sindacale della forza lavoro, che si traduce in bassa domanda aggregata, dissuade gli imprenditori dall’investire in uno scenario di aspra competizione intercapitalistica, dentro una società matura, satura di beni e servizi? Quanto è più conveniente investire i profitti in attività finanziarie? Ma quanto è auspicabile per tutti noi la crescita economica, che comporta un aumento di consumo di energie e risorse in presenza di squilibri ambientali planetari sempre meno sostenibili?
Infine c’è una obiezione morale da prendere in considerazione. Sorge nell’ambito della sinistra ed è una attardata trasfigurazione della vecchia etica del lavoro. Il reddito va conseguito attraverso la «dignità del lavoro», altrimenti è un obolo che sancisce la dipendenza istituzionalizzata delle persone dal potere. È una riserva moralistica che non tiene conto di ciò che oggi è il capitalismo.
Intanto occorre ricordare che in questa società l’individuo che lavora ubbidisce sempre a un potere pubblico o privato, più o meno esigente e oppressivo. Occorre poi domandarsi quanta dignità ci sia a lavorare nell’altoforno di una fonderia, fare turni di notte, stare tutto il giorno in un cantiere autostradale al gelo, o sotto il sole d’agosto. Per non dire di più umili prestazioni.
Ma ciò che sfugge a questa riserva è la più grande novità sociale dell’epoca : la nostra è una società panlavoristica. Non solo si sono allungati gli orari di lavoro ma ormai è stata abolita la distinzione tra tempo domestico e tempo di lavoro, grazie alla rete e ai cellulari.
E soprattutto il sistema capitalistico utilizza una massa crescente di lavoro gratuito, che crea valore invisibile, e che si connette strettamente al lavoro produttivo.
Non sono solo le attività gratuite che numerosi giovani svolgono negli studi degli avvocati, nelle università, negli ospedali o quelle oscure e generose del volontariato. Ma anche le varie e numerosissime prestazioni che non vengono remunerate: dal lavoro delle donne, che in casa nutrono e rendono pronta al suo utilizzo la forza lavoro di figli e mariti, alla valorizzazione quotidiana del capitale tramite le nostre telefonate, il lavoro nella rete, lo scambio di mail.
Come mostra un’ampia letteratura, le nostre attività su Internet producono idee e contenuti, dati, consumano informazioni pubblicitarie, promuovono acquisti, tengono in piedi motori di ricerca, ecc. Non produciamo merci, ma valore economico che rifluisce nelle mani di grandi aggregati finanziari, senza ricevere alcuna remunerazione.
Inoltre la vasta platea di circoli culturali, associazioni, ecc. svolge un ruolo prezioso per il capitale, ritesse la coesione sociale che esso tende a frantumare.
Resta infine da considerare il lavoro gratuito che svolgiamo per il consumo.
Quanto tempo di vita spendiamo per gli acquisti nei supermercati e nei centri commerciali ?
Il capitalismo è un modo di produzione e… di consumo. Senza un consumo crescente e continuo, questo capitalismo sprofonda, perciò richiede il nostro costante impegno nella pratica di distruzione delle merci che produciamo.
Un reddito di base costituirebbe dunque almeno la remunerazione di questa immensa massa di lavoro non pagato.

il manifesto, 2/1/2018

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