Lavoro da svenire :: Il lavoro nell’epoca delle “fine del lavoro”. Cambogia

globalizzazione,lavori&precarietà 12 settembre 2016 | 0 Comments

NOPubblichiamo un articolo apparso su il manifesto scritto da Claudio Canal (che conosciamo per il rigore e la gentilezza).  Ci racconta una storia di ordinaria follia produttiva. Dove l’abisso dell’esistenza quotidiana sposa il lavoro di migliaia di operaie (anche operai) con il crescere continuo dei profitti. Vicende drammatiche che ci parlano della “moderna” realtà del lavoro in Cambogia…

info@lacittadisotto.org

Lavoro da svenire   di Claudio Canal

All’improvviso e contemporaneamente. Decine di giovani donne svengono. Come è successo negli anni precedenti, verso l’estate. Solo nel 2012, documentati 2.100 casi, idem negli anni successivi. Cadono come fossero possedute. Operaie al lavoro nei nuovi distretti industriali della provincia di Kandal, cintura di Phnom Penh, capitale della Cambogia. Aziende tessili e calzaturifici. La t-shirt che indosso la sa lunga su questa storia, se capissi la sua lingua.

Svengono come a comando, a grandi gruppi. Lettighe, infermiere, flebo. Interruzione del lavoro vivo, perché il lavoro svenuto non si è ancora riusciti a sottometterlo.

L’export dei vestiti

L’industria dell’abbigliamento costituisce il 95% dell’export cambogiano. Ci lavorano almeno in 650.000, al 90% donne. Sparpagliate in più di 500 imprese in mano a proprietari che stanno in Cina, Corea del sud, Taiwan, Malesia, Singapore, Hong Kong. Delocalizzazione senza frontiere. Fornitori di se stessi o dei grandi marchi: Zara, Levi’s, Adidas, Nike, H&M ecc. Anche gli svenimenti sono senza frontiere, erano già successi in alcune zone di nuova industrializzazione, in Malesia negli anni ottanta, in forma massiccia in India nel 2010 con la multinazionale cinese Foxconn India Electronics, già nota per i suicidi in serie e per la programmata sostituzione dei lavoratori con docili robot.

Nel 2014 le esportazioni del settore verso gli Stati Uniti erano state pari a un miliardo e 862 milioni di dollari, verso l’Unione Europea 2 miliardi e 225 milioni.

È un settore dove lo straordinario è ordinario: si lavora apparentemente dalle sette del mattino alle 18, nella realtà quasi sempre fino alle 20, in molti casi fino alle 22. Pollai umani surriscaldati in condizioni ambientali che fanno rimpiangere certi impianti di allevamento pollami in cui almeno non si bracca di continuo la gallina ovaiola incitandola a fare il suo dovere.

Lo spirito neak ta

Molte donne hanno dichiarato che a farle svenire è stato lo spirito neak ta, che non è un angelo custode cambogiano, ma una forma di energia che anima i luoghi e qualche volta le persone.

Medici e psichiatri le hanno subito liquidate come vittime di isteria di massa o, più modernamente, di Mass Psychogenic Illness-MPT. Se avessero dichiarato che era stato il Weltgeist-lo Spirito del mondo a possederle sarebbero state subito invitate a un festival italiano di filosofia a dibattere di ermeneutica hegeliana.

Metti che a Mirafiori duecento operai svengano a raffica, seguiti il giorno dopo a Melfi da altrettanti. Per la rabbia Marchionne si strapperebbe di dosso il maglioncino di cachemire, non potendo accusare la Fiom e impedito di licenziarli ipso facto.

In Cambogia ci vuole un grande spirito per sottrarre energia alla megamacchina di sfruttamento e le giovani donne lo applicano con i loro corpi parlanti. Una biopolitica dal basso che confligge con quella dall’alto, un disciplinamento che le vorrebbe sottomesse, ammalate di MPT e dunque pazienti, menomate, devianti e delegittimate. Forse anche colpevoli di arcaica arretratezza di fronte alle meraviglie del progresso industriale.

La repressione delle proteste

Non proteste, please ha letteralmente dichiarato ai primi di settembre il ministro del lavoro Ith Samheng, riferendosi al ciclo di lotte, 336 scioperi nel 2015, che da anni caratterizza il panorama industriale cambogiano e che vede le forze di polizia impegnate in una durissima repressione, con morti e feriti e una legislazione che, per ingraziarsi gli investitori stranieri, risulta molto restrittiva quanto a scioperi e proteste. Un lavoro femminilizzato e dunque svalorizzato. Anche i diritti hanno spesso un malore.

L’accordo tra le parti dovrebbe garantire un salario minimo di ben 140 dollari al mese contro i 128 ricevuti fino a oggi e i 180/200 richiesti dai sindacati.

Quasi metà del salario se ne va per il cibo, ma per raggiungere le 2.700/3.000 calorie richieste per sostenere l’impegno lavorativo la quota dovrebbe salire al 75/80%.

Non va ancora di moda lo chef stellato e la generale malnutrizione della popolazione e in particolare delle donne e dei bambini contribuisce ad agitare gli spiriti e a ritualizzare la ribellione perché non sempre è possibile canalizzare pubblicamente la protesta.

Là dove questo è avvenuto con determinazione, schierando in piazza operaie, operai e reparti di polizia, lì si è manifestato lo spirito del mondo o, come lo chiamano Dardot e Laval, la Ragione del mondo cioè la logica normativa globale anche detta neoliberismo.

A Bavet, posto di frontiera con il Vietnam, zona economica speciale, paradiso del tappeto verde con una dozzina di casinò per vietnamiti e cinesi opulenti, distretto disseminato di fabbriche tessili, santuario di contrabbando e spaccio, gli scontri sono frequenti perché lo Spirito del Mondo è visibile, riconoscibile e forse addirittura misurabile. Un combattimento tra spiriti incarnati nelle persone e nel mercato globale.

Ma altrove, dove è meno distinguibile e decifrabile, i corpi delle donne lavoratrici dicono la loro in una rivoluzione passiva che ha messo in moto il paese, costretto istituzioni e management a discutere di condizioni di lavoro e non solo a praticare l’asservimento. La messa in scena dello svenimento si realizza con una drammaturgia che racconta molto a chi è esterno, ma anche a chi la vive in prima persona, che esperimenta la propria identità e il suo tornare visibile dopo una vita di invisibilità, il suo riconoscere una propria presenza dopo l’assenza patita. Svenimento come ridefinizione di se stesse.

C’è chi dice che in Italia ci siano come minimo cinque milioni di persone che patiscono attacchi di panico e di ansia. Tu immagina se invece di subirli individualmente diventassero per mimesi un fenomeno collettivo come in Cambogia. Uno choc creativo che cambierebbe la faccia del paese. In meglio, probabilmente.

Il Succhiacapre

Alla messa in opera del Nafta, il trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Messico, che, testuale del presidente messicano Salinas de Gortari, l’avrebbe magicamente trasformato nella prima nazione del mondo, cominciò a diffondersi nel 1994 la diceria che stava ricomparendo El Chupacabras, letteralmente Il Succhiacapre, animale che succhia il sangue alle capre e agli altri animali da allevamento soprattutto dei piccoli proprietari agricoli. Una bestia vampiro dedita a pratiche predatorie che distruggono gli allevamenti, disgregano le comunità e sottraggono il lavoro ai singoli e alle famiglie. Un mostro che non si riesce a catturare e che rovina le esistenze.

Gli antropologi soprattutto nordamericani avrebbero tratto giovamento a frequentare un po’ di più Ernesto De Martino. Ogni volta che turbolenze politiche e sociali si fanno pressanti, la nostra presenza al mondo traballa. In Cambogia la cascata del passato ha nome Fratello Numero Uno, Pol Pot, e khmer rossi, il fiume del presente scorre nella violenza politica, a luglio un’esecuzione ha eliminato, mentre prendeva un tè al bar, Kem Ley, oppositore politico attivo soprattutto nel mondo rurale.

A fine agosto la Mostra dell’Industria Tessile e dell’Abbigliamento a Phon Penh ha visto alla ribalta politici e imprenditori, tutti concordi nel dichiarare che la richiesta di salario minimo impone l’ammodernamento dell’apparato produttivo, che non si può più stare nella fascia bassa dei prodotti perché le aziende delocalizzano dove il costo del lavoro conviene ancora di più, ad esempio in Birmania, che si deve aumentare la produttività con nuove macchine, nuove tecnologie e quindi, per forza, mandando a casa un bel po’ di lavoratori.

Ghost in the Machine. Chiamiamolo come vogliamo, è uno spirito/spettro che annebbia il futuro e fa parlare i corpi sgomenti.

Se connetto i miei abiti e calzature con le giovani donne che li hanno confezionati mi verrebbe da dire: lavoratrici di tutto il mondo, svenite!

il manifesto, 10/9/2106

Leave a Reply