Il sistema di apartheid di Israele :: Asini sequestrati, bambini in prigione e atleti senza bandiera, di M.Giorgio

moni ovadiaVi proponiamo due articoli e un comunicato apparsi recentemente su il manifesto  che ci confermano il regime di apartheid presente in Israele.  Insieme la sistematica occupazione/assedio compiuto nei confronti dei territori palestinesi: distruzioni di case, sequestro dei mezzi agricoli, limitazioni e lungaggini ai valichi di frontiera, controllo delle fonti idriche, nuovi insediamenti contro le decisioni dell’ONU, la fobia israeliana per i palestinese assume caratteri paradossali e contraddizione con le leggi internazionali che confermano l’ossessione che indebolisce sempre più la democrazia in Israele e le impedisce di fare i conti con la storia concreta del presente!

Asini in catene nella Valle del Giordano

Cisgiordania occupata. Israele mette in vendita 40 asini confiscati ai palestinesi. La misura, spiega, serve a limitare gli incidenti stradali. Ma per i proprietari il provvedimento è parte della strategia per limitare le risorse dei palestinesi a favore delle colonie

Michele Giorgio

«Quaranta asini in vendita». Quando i proprietari palestinesi hanno visto sui giornali locali l’annuncio che l’esercito israeliano aveva messo in vendita i loro docili animali da trasporto, sono rimasti senza parole. Erano convinti di poterli riavere nel giro di qualche giorno. Invece i comandi militari israeliani hanno deciso di usare il pugno di ferro contro gli asini, accusati di essere la causa di numerosi incidenti stradali nella zona di Gerico, sulla statale che corre lungo la Valle del Giordano, da e per il Lago di Tiberiade. Ma anche su altre strade usate dai coloni ebrei per raggiungere i loro insediamenti. Gli animali, lasciati incustoditi, invaderebbero la carreggiata mettendo a rischio chi è alla guida.

«I nostri asini saranno messi all’asta, è profondamente ingiusto» si lamenta Arif Daraghmeh, capo del Consiglio che riunisce 26 frazioni del distretto di al Maleh. «Non è la prima volta che ci sequestrano gli animali – spiega – ma ora vogliono venderli e farci pagare una multa di 2000 shekel (circa 500 euro) per ognuno di essi. Dicono che quei soldi servono a coprire le spese per la cattura e il mantenimento degli asini». Non sente ragioni il Cogat, l’organismo di coordinamento delle attività di Israele nei Territori occupati. Fa sapere che gli asinelli, ancora tanti usati da agricoltori e pastori palestinesi, «si sono rivelati un grave pericolo» per la sicurezza degli automobilisti israeliani (coloni e turisti). Secondo il Cogat gli incidenti stradali sarebbero diminuiti del 90% da quando sono stati compiuti i sequestri. «Non siamo a conoscenza di così tanti incidenti stradali», ribatte da parte sua Daraghmeh, «piuttosto sospettiamo che i sequestri dei nostri asini non siano altro che lo sviluppo della politica israeliana di renderci la vita impossibile, di toglierci le nostre fonti di reddito e costringerci ad andare via, ad abbandonare le nostre terre». Con lui concordano un po’ tutti i palestinesi.

Che la vendita all’asta dei miti animali, che da migliaia di anni accompagnano il lavoro dell’uomo, sia parte di una strategia più ampia di Israele di “transfer” silenzioso della popolazione palestinese, non è facile da provare. Allo stesso tempo da alcuni anni a questa parte la Valle del Giordano – un terzo della Cisgiordania occupata – è al centro di una intensa politica israeliana di confische di terre, di demolizioni di case e strutture palestinesi, definite “illegali”, e di espansione delle colonie ebraiche. Le distruzioni di case palestinesi si sono intensificate negli ultimi tempi a Fasayil e in altri piccoli 28 villaggi palestinesi. Questa fascia di terra fertile e desertica allo stesso tempo, attraversata dal Giordano – un ruscello per gran parte dell’anno eppure è uno dei fiumi più famosi al mondo – permette il controllo del confine con la Giordania e l’accesso a risorse d’acqua vitali per irrigare i terreni agricoli. Acqua che finisce in buona parte alle colonie. Un palestinese che vive nella Valle del Giordano ha disponibili appena 20 litri di acqua al giorno, un quinto della quota stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Israele non ha mai nascosto di voler mantenere il controllo della Valle del Giordano in qualsiasi compromesso territoriale con i palestinesi. Anche per questo motivo è fallito, due anni fa, il tentativo del Segretario di stato americano John Kerry di portare israeliani e palestinesi ad un accordo.

Dopo il 1967 l’Esercito israeliano ha trasformato il 18 per cento della Cisgiordania in aree di addestramento militare in cui vivono attualmente anche 6.200 palestinesi, molti dei quali proprio della Valle del Giordano che rientra (ad eccezione del distretto di Gerico) nella “Area C” della Cisgiordania, il 60% del territorio palestinese sotto il controllo pieno di Israele. Circa 176.500 ettari sono interdetti ai palestinesi, perché “zone militari”. L’allargamento di queste aree nella Valle del Giordano e la confisca di terre palestinesi permette la crescita delle colonie ebraiche dove attualmente abitano meno di 10mila israeliani, un numero che nei piani della destra al potere dovrà lievitare nei prossimi anni. Di pari passo crescono le demolizioni di case (centinaia negli ultimi anni, secondo i dati dell’Onu), le restrizioni alle attività agricole e ai trasferimenti di residenza nella Valle per i palestinesi che vivono in altre località della Cisgiordania.

«La trasformazione di aree delle Cisgiordania in terre demaniali è una strategia applicata da anni ed è volta a favorire l’espansione delle colonie», spiega Drod Ektes, un ricercatore israeliano che da anni osserva gli sviluppi della colonizzazione, in riferimento alla legge del periodo ottomano per la confisca delle terre non coltivate che Israele applica, a sua discrezione, nei Territori palestinesi occupati. «Con le recenti confische di terre palestinesi avvenute a ridosso di Gerico – aggiunge Ektes – il premier Netanyahu ha mandato un ulteriore messaggio rassicurante ai coloni sulla politica del suo governo e un altro alla comunità internazionale per chiarire una volta di più le intenzioni di Israele nella Valle del Giordano».

 

In carcere i “terroristi” di 12 anni

Israele/Territori Occupati. Saranno incarcerati i bambini palestinesi che, secondo Israele, si renderanno colpevoli di violenze. La “Legge dei Giovani” è stata approvata a inizio settimana dalla Knesset.

Michele Giorgio

La parlamentare del Likud Anat Berko ha ottenuto ciò che voleva. Anche i bambini di 12 anni saranno incarcerati per “atti di terrorismo”. Bambini palestinesi naturalmente. È a loro che Berko ha pensato quando, assieme alla sua collega del partito nazionalista-religioso Casa Ebraica e ministra della giustizia Ayelet Shaked, ha promosso la cosiddetta “Legge dei Giovani”, approvata a inizio settimana dalla Knesset con 32 voti favorevoli, 16 contrari e un astenuto. «A chi è stato ucciso con un coltello non importa se il bambino che lo ha colpito ha 12 o 15 anni – ha commentato Berko – questa legge nasce per necessità. Affrontiamo una ondata di terrorismo e la gravità degli assalti (palestinesi) richiedeva un linea più aggressiva anche verso i minori».

«Nessun terrorista camminerà in strada libero» titolava l’altro giorno Arutz 7, l’agenzia di stampa della destra israeliana, rappresentando una buona fetta dell’opinione pubblica. La legge non fa riferimento esplicito ad alcun gruppo. Lo scopo però è quello di colpire i palestinesi di Gerusalemme responsabili nei mesi scorsi, durante la nuova Intifada, dell’uccisione o del ferimento di israeliani. Gran parte degli aggressori, spesso adolescenti, sono stati uccisi sul posto dalla polizia. Berko e Shaked sono state spinte ad agire dal caso di un ragazzino palestinese, Ahmad Manasra, che lo scorso anno ha accoltellato e ferito gravemente un coetaneo israeliano in una colonia ebraica alla periferia di Gerusalemme. Al momento dell’aggressione Manasra aveva 13 anni non poteva andare in prigione. Così il procedimento nei suoi confronti è stato rallentato fino al compimento del 14esimo anno di età, in modo da permettere alla corte di condannarlo ad pesante pena detentiva per tentato omicidio. Berko e Shaked hanno insisto e ottenuto condanne anche per i 12enni. In Cisgiordania invece i giudici (militari) israeliani hanno già condannato ragazzi palestinesi molto giovani al carcere per “atti di terrorismo”. Tra questi una bambina di 12 anni rimasta in cella per quattro mesi e liberata lo scorso aprile.

Nell’ultimo anno e mezzo il governo del premier Netanyahu e la Knesset hanno approvato provvedimenti e leggi che inaspriscono le misure e le pene per gli “atti di terrorismo” che in Israele includono anche il lancio di pietre contro persone e autoveicoli (20 anni di carcere per chi lo fa intenzionalmente, dieci anni se non viene provata la volontarietà del gesto). Il condannato rischia di perdere, assieme alla sua famiglia, anche la residenza e l’assistenza sociale. Tra le poche voci che in Israele si sono levate contro la “Legge dei Giovani” ci sono il centro B’Tselem per la tutela dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati e Acri, l’Associazione per i diritti civili. «Imprigionare i minorenni vuol dire negare loro la possibilità di una vita migliore», ha protestato B’Tselem. Da parte sua Acri, che un anno fa aveva chiesto a governo e parlamento di non abbassare la soglia di età in cui si va in prigione, ha chiesto l’attivazione di programmi educativi e sociali per i minori colpevoli di atti di violenza.

il manifesto, 6/8/16

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Gli atleti palestinesi arrivano alle olimpiadi senza bandiera I sei atleti palestinesi che partecipano ai Giochi olimpici di Rio – Simon Yacoub (judo), Christian Zimmermann (dressage), Mohammed Abu Khoussa (100 metri maschile), Mayada Sayyad (maratona  femminile), Ahmed Jibril (200 metri stile libero maschile) e Mary Al-Atrash (50 metri stile libero femminile) – hanno denunciato al loro arrivo in Brasile la totale mancanza, tra i propri bagagli, degli indumenti da gara e da allenamento nonché delle divise per la sfilata della cerimonia e della bandiera da sventolare nel corso della stessa circostanza, perché rimasto tutto bloccato alla dogana di Israele. La responsabile della delegazione palestinese, Ghadya Abu Zayyad, ha lanciato un appello al Comitato Olimpico: “Aiutateci, non sappiamo cosa fare, gli atleti hanno solo un paio di magliette a testa per allenarsi e l’uniforme da podio, nient’altro. Se le cose non cambiano, saranno costretti a cucirsi da soli una bandiera per la cerimonia d’apertura e a comprarsi divise improvvisate. Speriamo che il Cio ci risponda, non possiamo fare altro”.

http://www.repubblica.it/sport/2016/08/01/foto/rio_appello_atleti_palestinesi_ferme_in_israele _divise_e_bandiere-145165556/1/?ref=HRESS-7#1

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-olimpiadi_di_rio_2016_israele_continua_ad_impedire_linvio_delle_uniformi_per_gli_atleti_palest inesi/82_16800/

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