Fanfaroni digitali, di Michele Mazza

beni comuni,culture 9 novembre 2014 | 0 Comments

Proponiamo una riflessione di Michele Mazza su privatizzazioni e mezzi di comunicazione. Una occasione per capire le politiche che dovremmo fare e gli errori che abbiamo fatto! 

Fanfaroni digitali

Ci si lamenta spesso di una perdita di memoria. Il più delle volte la si attribuisce all’imbarbarimento digitale. In realtà l’imbarbarimento è nostro e conferma l’antico detto per cui non c’è peggio smemorato di chi non vuol ricordare.

L’occasione per tornare sul tema memoria ce la fornisce l’ultimo pronunciamento congiunto dell’Authority delle comunicazioni e dell’Antitrust, ossia i due sacerdoti della libera e spietata concorrenza. In tema di connettività e cablaggio del paese, i due organismi dichiarano, senza arrossire o far arrossire alcuno, che, testuale: “il mercato ha fallito ed è il pubblico che deve porsi il problema di dotare il paese di un’infrastruttura digitale adeguata”.

Banalità, diremmo, se nonché, su questo tema divampano da 20 anni vere e proprie guerre sanguinose a sinistra. In realtà non divampano nemmeno, perché questo è forse uno dei pochi tema in cui la superficialità, l’ignoranza e la disinvoltura ha unificato tutte le scuole della sinistra al grido largo ai privati.

Nel 1997, fate mente locale, siamo in pieno ripresa del centro sinistra, prima con Prodi e un anno dopo con D’Alema a Palazzo Chigi, si procedette ad una stolta e forse anche pelosa, privatizzazione della STET, la finanziaria pubblica delle telecomunicazioni, guidata allora dal duo Agnes-Pascale. La società aveva appena licenziato un piano, il cosiddetto Piano Socrate, che mirava ad assicurare un cablaggio in fibra all’85% del paese. Piano forse anche velleitario ma sicuramente poneva il nodo centrale: l’infrastruttura di connettività era la prima opera pubblica su cui concentrarsi. Più e meglio dell’autostrada del sole di 25 anno prima.

Invece il coro delle baccanti, dall’allora PDS a Rifondazione comunista passando ovviamente per il partito di Repubblica, dei lucidi cervelli della sinistra si alzò per promuovere una privatizzazione tour court della Stet, senza alcuna bussola strategica. Agnes e Pascale non erano certo Steve Jobs e Bill Gates, ma la strategia prescinde dagli interpreti, bastava sostituirli, il nodo era di ben altro profilo: guida pubblica o privata alla transizione digitale che allora appena iniziava.

Francesi e Tedeschi, nelle varie espressioni di centro destra e centro sinistra non avevano il minimo dubbio: le telecomunicazioni dovevano rimanere presidio dell’autonomia e sovranità nazionale. Tanto è vero che ancora oggi France Telecom e Deutsche Telekom sono ancora saldamente statali.

Vogliamo andare a riprendere quel carteggio? Vogliamo esercitare la nostra memoria, che la rete ci permette di rieditare, e ripubblicare il dibattito di allora, con i dotti articoli di Massimo Riva, Massimo Muchetti, Massimo Giannini, e ancora dello staff di D’Alema, di Veltroni, di Rifondazione Comunista, del Ministro Maccanico, perfino de Il manifesto e della stessa CGIL? Per parte mia, nella mia pochezza sono disposto a ripubblicare senza alcun intervento, quanto scrivevo allora e per cui venivo bacchettato non dalla destra ma dai sacerdoti del sacro furore rivoluzionario come Articolo 21 e i pensatori dei Grundrisse in formato digitale, tutti forsennatamente privatizzatori.

Ma poi, siccome errare e umano ma perseverare è da pirla, il gioco è continuato. Pensiamo alle garrule follie messe in opera durante il ministero GENTILONI, quando si vaneggiava di grande accordo fra privati, santificando la banda di dilettanti allo sbaraglio che si succedeva al vertice Telecom e quel grande campione di trasparenza e managerialità che è Gamberale, con il supporto saputello della Cassa depositi e prestiti di Bassanini e signora. Follia riprodotta con il ministero Profumo a cui grandi schiere di intellettuali innovatori si profusero in grandi inchini.

Insomma un’ubriacatura totale figlia di un’assoluta estraneità alla materia e soprattutto di una incapacità ad applicare una cultura politica di sinistra ad un terreno del tutto inedito quale è il mercato del sapere veloce. Il tema in discussione non è un tecnicismo su come è meglio cablare, ma è il cuore della politica basato su un nuovo patto fra governanti e governati. Oggi su questo siamo di fronte ad un deserto. Dopo venti anni il giochetto dei privati all’arrembaggio a mala pena è riuscito a disegnare nicchie locali di connettività, meno del 5% del paese. Il resto è ADSL.

Si tratta di ricostruire un’idea pubblica di nuova cittadinanza competitiva, in cui il pubblico non è solo assistenza e supporto, come nel ‘900, ma diventa partner e impresario di uno sviluppo e di un primato di ogni singolo cittadino

Nel mondo la rete è sempre più arsenale pubblico, dove stati e comunità territoriali si giocano la propria partita per l’autonomia e lo sviluppo. Indicativo il caso inglese dove è proprio BBC l’agente della transizione ai nuovi linguaggi digitali, sia per i linguaggi che per il trasporto del segnali in codice IP. Mentre in Italia Rai Way, la società di connettività del servizio pubblico viene portata in borsa senza una bussola e una mission, solo per fare cassa. Ma se a sinistra non ci si rinnova su questi temi cosa rimane? se proprio le componenti che vogliono salvaguardare una memoria di eguaglianza e emancipazione non assumono la rappresentanza di una cultura pubblica moderna cosa rimane?

Diceva Keynes “la cosa importante che il governo deve fare non è tanto ciò che gli individui fanno già bene, ma fare ciò che presentemente non si fa mai del tutto”. Non è difficile immaginare una nuova storia della comunità rispetto alla frenesia individualistica. Basta non voler essere di moda, sempre.

Michele Mezza – Novembre 2014

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