L’impossibilità della democrazia e la partecipazione dei lavoratori

La città di sotto,lavori&precarietà,movimenti&reti,uscire dalla politica 4 gennaio 2011 | 0 Comments

Una volta c’era la centralità dell’impresa: la convinzione che i meccanismi dell’impresa fossero i soli a dettare le regole della produzione, che il lavoro dipendesse da essa, che i comportamenti dei lavoratori fossero guidati dalla solidità dell’impresa, che a sua volta è determinata dall’andamento del mercato. Il lavoro perdeva così qualsiasi autonomia.

Il sindacato, per sopravvivere in una impresa così rigidamente controllata e tecnicamente frammentata, accettò le regole della centralità dell’impresa e mise in atto solo politiche difensive delle condizioni di lavoro, senza discutere quelle regole. La contrattazione fu sostituita dalla concertazione e ogni volta erano sempre più condizionate dalla congiuntura economica.

I governi, tutti, estesero la politica d’impresa, con le regole  di mercato, ai servizi sociali: quali sanità, scuola, trasporti, ambiente e territorio.  Anche per la politica questo era il miglior sistema possibile e le privatizzazioni erano la garanzia del buon funzionamento dell’azienda Italia.

Ma la globalizzazione accorciava le distanze, livellava i mercati e toglieva alle Nazioni della libera impresa una reale possibilità di svolgere una autonoma politica economica e industriale. La modernità consisteva nell’adeguare le politiche nazionali alle scelte del fondo monetario, della banca mondiale e alle regole del mercato planetario.

Ora che l’occidente capitalistico è colpito da una dura crisi finanziaria (che segue una tendenziale riduzione della produzione e dei consumi  che dura da anni), ora che il sistema mostra tutta la sua fragilità non basta più mettere al centro l’impresa, diventa necessario imporre questo modello al livello più basso: più precarietà, peggiori condizioni di lavoro, minori diritti per garantire i profitti dell’impresa.  Questa è la condizione senza la quale il sistema non può funzionare.

La Fiat concede ai lavoratori la libertà di votare, ma di votare solo a favore dell’accordo, altrimenti non investe: campione di democrazia! così come lo sono i sindacati che firmando questo accordo sono corresponsabili della riduzione delle libertà!

Questo sindacato per sopravvivere non può che accettare il ricatto: lavoro (peggiore e precario) subito, in cambio della fine di qualsiasi forma di concertazione, le regole le fa l’impresa.  Il sindacato, per non rischiare la scomparsa, sarà chiamato a firmare ciò che è deciso dall’impresa: ecco la modernità del modello di nuove relazioni industriali.

La politica plaude: anch’essa, per esistere, non può che ridursi al ruolo delle “mosche del capitale”, al servizio delle leggi dell’impresa.  Chi non si arrende grida ai diritti calpestati, incapace di proposte agibili.

Noi che stiamo con la Fiom chiediamo però una riflessione profonda. Non basta più resistere, i tempi sono lunghi perché la partita l’abbiamo persa da tempo. Ciò che dobbiamo fare è ricostruire la rappresentanza nei luoghi di lavoro attraverso la partecipazione: ricostruire i consigli di fabbrica, a partire dalle condizioni specifiche di lavoro, mansioni, tempi e ambiente devono essere al centro della ripresa di forme di contrattazione che vanno condotte dai lavoratori, oltre le appartenenze sindacali.       Questo processo di ricostruzione della partecipazione dei lavoratori deve essere generalizzato in ogni luogo di lavoro, nelle imprese private come in quelle pubbliche, in fabbrica come negli uffici, nei servizi come in produzione.      Dentro e oltre questo sindacato devono tornare ad essere protagonisti i lavoratori, precari e stabili, che proprio partendo dai luoghi dove operano possono, fuori dalla politica, cambiare le regole della democrazia, sostituendo l’obsoleto sistema di rappresentanza con le dinamiche politiche della partecipazione.

 marco sansoè

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