Il lungo ’68 italiano che si chiude con il ’77.

culture,letture&ascolti&visioni 10 aprile 2010 | 0 Comments

Abbiamo letto un libro sugli anni ’70, ne abbiamo scritto perché ci sembrava diverso dagli altri, per il rigore del metodo e delle analisi e per la volontà di capire, superiore a quella di “raccontarsi”.                                                         

La recensione è apparsa sul numero 12 del bimensile  Alternative per il socialismo.

Alberto De Bernardi, Valerio Romitelli, Chiara Cretella (cura di).  Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi.   Archetipolibri, Bologna 2009, € 21,00

Le pubblicazioni relative alle vicende degli anni ’60 e ’70, sia che si tratti di ricostruzioni storiche, sia che diventino occasione di analisi politico sociali, incontrano due generi di “ostacoli”: o sono marcatamente legate a chi le scrive, all’esperienza biografica di chi ha vissuto quegli anni e quindi spesso assumono il carattere di un amarcord un po’ nostalgico e soggettivo, che nulla aggiunge a ciò che si sa già. Oppure sono una difesa celebrativa e/o “ideologica” con l’inevitabile risultato di non aprire nessuna significativa discussione, di non essere utile alla comprensione della storia dei movimenti e alla ripresa degli stessi.   

Il libro Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi A cura di Alberto De Bernardi, Valerio Romitelli, Chiara Cretella. Archetipolibri, Bologna 2009, € 21,00 è una di quelle produzioni che esce da questi schemi perché sceglie il rigore metodologico nella ricerca e nell’analisi, ma anche nella volontà di fornire interpretazioni utili per fare i conti con il recente passato e fornire strumenti per affrontare il presente.

Il volume raccoglie gli interventi di diversi studiosi messi insieme dall’iniziativa Ripensare gli anni Settanta, svoltasi il 27-29 settembre 2007 presso l’Università di Bologna e l’Istituto storico Parri Emilia-Romagna (con la collaborazioni di altre istituzioni locali).

Un lavoro collettivo che evita l’errore di isolare l’esperienza dal contesto storico e non crede all’idea della “autonomia dei movimenti” anzi, cosa insolita, colloca queste esperienza in un contesto internazionale letto non solo in chiave economica e politica ma anche culturale.

Nella prima parte gli interventi si muovono nel “quadro internazionale”: si mettono in evidenza gli aspetti economici e sociali, si indaga sugli strumenti della ricerca sociologica di quegli anni, analizza la crisi degli USA e del bipolarismo; anche la crisi di categorie quali “classe operaia” (l’intervento in francese meriterebbe una traduzione) e il concetto di “moderno” ci rivelano il legame forte con i movimenti della seconda parte degli anni ’70; mentre l’osservazione della Cina al termine della rivoluzione culturale, getta una luce interessante su di essi.

La seconda parte analizza il “quadro nazionale”, ciò che appare subito evidente è la ricchezza dei punti di osservazione: cultura popolare, media, cinema, narrativa, fumetti. Quelli furono anni di una ricca e diffusa produzione culturale e la cultura che li ha permeati è quella del “partire da sé”, come argomenta Anna Bravo nel suo stimolante saggio.

Anche in questi interventi viene ribadito il legame stretto tra movimenti e contesto economico e sociale, attraverso un’analisi rigorosa che, dal punto di vista metodologico, si sofferma sulla necessità di chiarire le categorie utilizzate. Romitelli, nel suo intervento, ci guida nell’individuazione di tre categorie: “sistema politico, lotta di classe e persona” e ci avverte che il prevalere di una sulle altre ci farebbe cambiare “il giudizio che si da su questo pezzo di storia”. La distanza tra quegli anni e quelle esperienze e la contemporaneità potrebbe essere colmata se si cercano “nuove ragioni di interesse storiografico”, che potrebbero fare uso di altre categorie quali: “vita intellettuale, questione nazionale e passioni politiche”, all’apparenza generiche, utili ad analizzare qualsiasi epoca, ma che Romitelli precisa nell’uso e nella funzione. Il piacere della lettura è notevole perché la scoperta è continua e l’originalità dell’approccio fa chiarezza e insieme apre prospettive nuove.

La terza e ultima parte è relativa al “quadro bolognese”. Il Settansette bolognese è un’esperienza significativa e viene raccontata con lo stesso rigore presente in tutti gli interventi del testo, senza lasciarsi andare a facili semplificazioni. Il movimento ’77 viene analizzato dal di dentro, a partire dal contesto, dal suo formarsi alle sue manifestazioni anche artistiche, individuando creatività, contraddizioni e criticità, sempre in relazioni con i diversi pezzi della società bolognese, anche illustrando la percezione che ne aveva la polizia, senza sottrarsi alla discussione sulla violenza. 

Le conclusioni, certamente provvisorie, di questo percorso vengono sintetizzate nell’introduzione di Romitelli che propone tre ipotesi. Ci pare convincente l’idea del “lungo ’68 quale storia singolare” di cui “il ’77 è da intendersi anzitutto e principalmente come chiusura”. In questo contesto condividiamo l’idea cha la lotta armata sia poi “tutta un’altra storia”.

Un lavoro collettivo che ci parla di una collettività in movimento, una di quelle occasioni in cui ti aspetti che il libro si concluda con alcune pagine bianche per potere “aggiungere” ulteriori osservazioni: prodotte da una esperienza condivisa e segnate dalla possibilità di dare vita ad una nuova stagione di movimenti, che saranno certamente diversi da questi.

marco sansoè

Leave a Reply