La via della seta degli Yagnobi.

culture,globalizzazione 17 gennaio 2010 | 0 Comments

La via della seta

Vivono in un angolo sperduto dell’Asia centrale, gli yagnobi sono gli ultimi eredi di una tradizione millenaria che rischia di essere perduta. La necessità di preservare il loro inestimabile patrimonio culturale ha portato un gruppo di studiosi e ricercatori italiani sulle montagne isolate del Tajikistan settentrionale per una missione etno-linguistica

Giuliano Battiston

Una vera e propria «fuga di cervelli». Questa volta, però, non per evitare l’asfissiante sistema accademico italiano, che spesso mortifica le migliori intelligenze costringendole a emigrare, ma per promuovere la circolazione delle idee e la conoscenza reciproca. È quello che sta facendo il Dipartimento di storie e metodi per la conversazione dei beni culturali dell’Università di Bologna, con sede a Ravenna, in collaborazione con la sezione dell’Emilia Romagna dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, con una missione etno-linguistica in un angolo sperduto dell’Asia centrale, nella valle del fiume Yagnob, nel Tajikistan settentrionale. È qui, infatti, tra le catene montuose del Gissar e dello Zarafsan, in un’area isolata dal resto del mondo per otto mesi l’anno, che vive da secoli la comunità degli yagnobi, «ultimi eredi di una tradizione più che millenaria che rischia di essere perduta», secondo le parole del professor Antonio Panaino, docente di filologia iranica, che della missione è il direttore.

Una tradizione che evoca immagini leggendarie, figure mitiche e paesaggi spettacolari, richiamando alla mente i commerci e gli scambi culturali che si svolgevano lungo le rotte della Via della Seta, quando il principale veicolo di comunicazione era il sogdiano, la lingua iranica nordorientale di Samarcanda e Bukhara, usata da viaggiatori e missionari in età pre-islamica. Una lingua «con cui sono state tramandate vite di santi, martirologi, testi di cultura buddista e manichea (e parzialmente zoroastriana)», spiega il professor Panaino, ma che è poi finita col declinare lentamente, per essere conservata, in una variante «di montagna», solo in quest’area circoscritta dell’ex impero sovietico. Tra gli yagnobi, appunto. Ed è proprio dalla necessità di preservare un patrimonio culturale di valore inestimabile che è nato il progetto di un gruppo di studiosi e ricercatori italiani e stranieri – etnologi, dialettologi, archeologi, filologi, medici, numismatici – che con caparbietà sono riusciti a superare le resistenze delle istituzioni locali. «All’inizio il nostro progetto è stato accolto con perplessità – spiega Panaino – anche perché il fatto stesso che fossimo interessati a una missione multidisciplinare, che oltre ai temi etno-linguistici, a quelli archeologi e storico-culturali si occupasse anche della salvaguardia della salute e dell’educazione della popolazione, testimoniava le carenze del governo centrale, incapace di assicurare quel minimo di assistenza garantita nel periodo sovietico». In seguito, però, le obiezioni sono venute meno, e nel 2007 è stato stipulato un accordo triennale con l’Accademia delle Scienze del Tajikistan. E oggi Rauf Razakov, direttore della base archeologica di Sarazm, nei pressi di Penjikent, nel nord-ovest del paese, collaboratore dell’equipe italiana per gli aspetti archeologici della missione, tiene a sottolineare che il progetto funziona «proprio perché basato su un approccio antropologico in senso lato, grazie all’intreccio tra le diverse competenze in campo, da quelle linguistiche a quelle mediche, con cui si tiene conto dei diversi aspetti della cultura yagnobi». Che è una cultura antica, ma estremamente vulnerabile, perché sottoposta alle spinte assimilatrici della cultura tajika maggioritaria, e perché, almeno fino a poco tempo fa, priva della consapevolezza del suo stesso valore.

Sayfiddin Mirzoev, direttore della sezione di studi Yagnobi dell’Istituto di Lingue dell’Accademia delle Scienze, da decenni cerca di promuovere questa consapevolezza. «La scoperta dello yagnobi – ci racconta nel giardino di casa, in un villaggio non distante da Dushanbe, grazie alla mediazione del dialettologo Daniele Guizzo – risale alla fine del XIX secolo, e anche durante il periodo sovietico ci sono state alcune spedizioni etno-linguistiche, rimaste però confinate in un ambito ristretto. Le cose sono cambiate veramente soltanto quando, in seguito all’indipendenza del Tajikistan nel 1991, e anche grazie alla diffusione di alcuni testi e strumenti scientifici redatti dal mio gruppo di lavoro, è venuto maturando l’interesse dello stesso popolo yagnobi per le proprie tradizioni». Per alcuni questo rinnovato interesse segnalerebbe un vero e proprio «rinascimento yagnobi». Mirzoev ritiene invece che la strada da fare sia ancora lunga, e per descrivere la pericolosa condizione del suo popolo, privo di un riconoscimento formale da parte del governo tajiko e senza gli strumenti necessari a garantire la sua stessa sopravvivenza (oggi gli abitanti della valle sono appena quattrocento), preferisce parlare di una comunità che vive «sulla punta di uno spillo», come recita il titolo di un volume edito da Mimesis nel 2008 (a cura di Gian Pietro Basello, Daniele Guizzo, Paolo Ognibene), in cui sono raccolti i risultati della prima missione in loco. Per Mirzoev, dunque, gli ostacoli da superare lungo la strada della piena auto-affermazione sono ancora tanti. Anche perché bisogna fare i conti con la storia recente: nel 1970, infatti, il governo tajiko ha trasferito forzatamente gli abitanti della valle dello Yagnob nelle pianure, in particolare nell’area di Zafarobod, al confine con l’Uzbekistan. Un episodio drammatico – che avrebbe fortemente contribuito alla decrescita demografica degli yagnobi – sul quale in seguito il governo tajiko non ha mai assunto una posizione esplicita, e che oggi preferirebbe fosse deposto nel dimenticatoio della storia. Gli yagnobi al contrario non rinunciano a chiedere spiegazioni di quanto accaduto allora, come ha fatto Mirzoev in una serie di interventi pubblicati sui giornali tajiki negli scorsi anni. E si interrogano ancora sulle ragioni di quelle deportazioni, continuate fino al 1978. C’è chi giudica quell’evento un tentativo del governo tajiko per riprendere il controllo di un’area impermeabile, anche geograficamente, al potere centrale, dunque «pericolosa»; chi lo colloca in un più ampio disegno di pianificazione interna decisa direttamente da Mosca; chi invece lo lega ai contemporanei scavi alla ricerca dell’uranio. E la diversità delle interpretazioni non riguarda soltanto le ragioni della deportazione, che all’epoca, come ricorda Panaino, provocò una reazione risentita anche da parte delle Accademie di Mosca e Leningrado, ma le sue stesse conseguenze: all’interno della comunità yagnobi, racconta Mirzoev, «oggi coesistono due diverse letture: per alcuni, soprattutto i più giovani, quella deportazione paradossalmente rappresenterebbe un bene, perché ci avrebbe sollevato dalle difficoltà della vita in una zona di montagna così impervia. Altri, invece, soprattutto i più anziani e quanti ricordano la vita nella valle, vedono quell’episodio come un allontanamento dalla nostra terra natale».
Al di là delle interpretazioni, rimane la dolorosa ferita di un atto violento e ingiustificato, che ha contributo a disperdere il patrimonio socio-culturale degli ultimi discendenti dei popoli della Via della Seta. Per lenire quella ferita, e per ricomporre i vari elementi di quel patrimonio, la missione guidata da Panaino, insieme all’Associazione degli Yagnobi (Ehyo-i Yagnob, «Rinascita dello Yagnob», fondata dallo stesso Mirzoev) ha promosso un’azione comune per ottenere il riconoscimento della valle dello Yagnob come sito di importanza fondamentale per la memoria storica della Via della Seta. L’idea, spiega Panaino, è quella «di dare vita a un parco, che non sia una riserva, ma un luogo fondato sulla valorizzazione dell’identità di una minoranza estremamente significativa dal punto di vista storico-culturale, ma poco rilevante in termini di numeri, che possa accogliere un turismo colto, rispettoso, interessato alle tradizioni popolari». Secondo le parole di Mirzoev, si tratterebbe di «uno strumento per fare in modo che i nostri figli e nipoti non ci maledicano per aver sperperato un patrimonio così importante». E per non rischiare di cadere dalla punta dello spillo.

il manifesto, 16/1/10

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